INFORM - N. 130 - 3 luglio 2006


OPINIONI

A proposito del mancato successo scolastico in Germania dei figli degli emigrati

 

Giovanni Di Lorenzo, direttore italo-tedesco del settimanale tedesco “Die Zeit”, ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui riprende, tra le altre cose, la faccenda dell’articolo “satirico” di Achim Achilles sullo Spiegel e le polemiche che ne sono scaturite.

In sostanza Di Lorenzo afferma che la Germania è un paese molto aperto e ospitale e che lui, nel suo percorso professionale, non ha mai incontrato problemi dovuti alla sua origine non tedesca. Partendo da questa premessa Di Lorenzo afferma poi che paradossalmente sono proprio gli immigrati a non sfruttare appieno le opportunità che vengono offerte dalla società tedesca ed individua tra i “colpevoli” in modo particolare i genitori non tedeschi che “hanno fretta di inserire i loro figli nel sistema produttivo, tralasciando l’importanza di inserirli fino in fondo nel sistema scolastico tedesco”.

Ora, che questo sia una delle cause del mancato successo scolastico e professionale degli immigrati di seconda e terza generazione corrisponde a verità (per citare un dato, il tasso di disoccupazione tra gli stranieri - 22% - è oltre il doppio della media tedesca), ma è e rimane solamente una delle cause di un problema più ampio e articolato. Infatti bisogna anche considerare che il sistema scolastico tedesco è estremamente selettivo e favorisce poco o per niente la mobilità sociale: chi, infatti, proviene da una famiglia del ceto medio-basso (tedesca o non-tedesca) ha una probabilità molto più bassa di poter frequentare i studi superiori rispetto a chi è figlio di un medico o di un avvocato. Questo fenomeno, denunciato già da anni da numerose organizzazioni che operano nel campo dell’immigrazione e nel sociale, è stato evidenziato dalle ricerche PISA sui sistemi scolastici nei paesi maggiormente industrializzati ed è stato oggetto di uno studio ad hoc da parte dell’ONU, che qualche mese fa hanno inviato in Germania un commissario straordinario per studiare ed analizzare la situazione tedesca. Troppo facile e superficiale, quindi, addossare la responsabilità solamente ed unicamente ai genitori italiani, turchi, spagnoli, serbo-bosniaci e via discorrendo.

Più in generale si può legittimamente affermare che la società tedesca ha colpevolmente rifiutato per tanti, troppi anni di riconoscere di essere diventata un paese d’immigrazione (”Deutschland ist kein Einwanderungsland”, “la Germania non è un paese d’immigrazione”, recitava ancora pochi anni fa la legge sulle naturalizzazioni) e quindi di adottare le politiche necessarie per un paese che cambia e la cui popolazione e molto meno omogenea di quanto non si volesse far credere. Se quindi la generazione dei cosiddetti "Gastarbeiter", volendo riprendere il ragionamento di Di Lorenzo, ha avuto una scarsa propensione all'integrazione propria e di quella dei figli, sicuramente lo stato tedesco non ha minimamente incentivato queste persone a farlo, anzi.

La conseguenza è rappresentata da gravi e colpevoli ritardi per quanto riguarda le politiche migratorie, dovuti ad un certo etnocentrismo politico (ritardi colmati poi - almeno in parte - dall’avvento dei governi rosso-verdi a partire dal 1998), che però poco o niente hanno a che vedere con quello che comunemente viene definito col termine “razzismo”, ovvero un’aperta ostilità della popolazione autoctona nei confronti di chi viene da altri paesi. È ovvio e scontato che quest’ultimo fenomeno è un problema che riguarda tutti i paesi europei e che nessuno può permettersi di puntare il dito sugli altri tentando di impartire lezioni di qualsiasi tipo. In questo senso sicuramente la Germania non è un paese razzista, o quantomeno non lo è più di quanto non lo sia anche l’Italia, dove spesso, quando ci si relaziona con i numerosi immigrati che risiedono nel nostro paese, ci si dimentica - purtroppo - del proprio passato di paese di emigranti.

Per quanto riguarda, invece, il problema dell'integrazione in senso lato ed in particolare il rendimento scolastico (che, attenzione, non riguarda solamente i figli di immigrati ma anche i giovani tedeschi) la presenza di alcune esperienze positive, come appunto quella di Giovanni Di Lorenzo, non è sufficiente per avallare la validità di un determinato sistema scolastico. La scuola, quella buona, deve porsi principalmente l'obiettivo di integrare la società. Se riesce a farlo bene, altrimenti va ripensata. (Gennaro Sposato, www.politicagermania.net)

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