STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Editoriale
dell’Eco d’Italia, Buenos Aires
I veri problemi della Comunità Italiana
in America Latina
BUENOS AIRES - La comunità italiana in Buenos Aires
è stato il tema dell’incontro avuto presso l’Ambasciata italiana in Buenos Aires
con i rappresentanti della locale stampa italiana.
La cortesia dell’Ambasciatore, Dott. Stefano Ronca,
nel convocare i direttori dei giornali più importanti della Capitale Federale,
si è concentrata sulle Associazioni qui residenti, volendosi informare sulla
situazione della comunità italiana, i loro problemi e le loro aspettative.
Questo ha dato modo di intrattenere un sereno de
aperto incontro per porre in primo piano quelli che sono effettivamente i problemi
argentini ma che, nella realtà, sono i problemi di tutta la comunità italiana
in America Latina.
Esponiamo qui di seguito tali aspetti.
- Uno degli assunti più importanti riguarda il patrimonio
storico, culturale ed economico delle Associazioni. Tra queste, tra le prime
in assoluto fondate a Buenos Aires, vi sono alcune che hanno gravi problemi
economici e che, anche a causa dell’invecchiamento dei soci fondatori, non riescono
più a mantenere il patrimonio immobiliare che, con molto impegno e fatica, hanno
conquistano negli anni anteriori.
Una di queste è l’AIMI, Ass. Italiana Mutualità e Istruzione
Unione e Benevolenza, con sede in Te. Gen. J.D. Peròn al 1362 della Capitale,
che ha una storia risalente al 1858; uno splendido edificio la cui architettura
dovrebbe far parte del patrimonio artistico-culturale di tutta l’Argentina e
che, all’interno offre sale e struttura tali da far invidia ai migliori edifici
altrettanto storici nella stessa Italia.
Ebbene, questa Associazione sta affrontando i problemi
abituali, quotidiani, di conservazione della stessa facciata esterna ed anhe
di alcune parti interne; un tema che riguarda l’essenza della parte economica,
dato che i costi di ristrutturazione sono - e saranno sempre più - elevatissimi.
Identica situazione si presenta anche per altre tra le
più antiche associazioni fondate in Argentina dagli italiani che vennero qui
nel XIX secolo, il cui elenco sarebbe davvero molto lungo e che ora non riportiamo,
se non riservarci una apposita, futura pubblicazione.
- Altro aspetto affrontato in tale riunione, è stato
quello inerente i cittadini italiani qui residenti che per necessità temporanea
o per obbligo, devono recarsi al Consolato per risolvere un problema o
assolvere ad un dovere.
La fila che si forma all’entrata, fuori, per la strada,
espone le persone interessate agli agenti atmosferici ed alle intemperie nonché
alla presenza dei cosiddetti “coleros” - ossia a gruppi organizzati di soggetti
totalmente disinteressati a qualsiasi esigenza di adire l’autorità consolare
e che formano una fila occupando ciascuno un posto già dalle prime ore
del mattino - che poi richiedono ai veri interessati un pagamento di 20 o 30
pesos per lasciare loro il posto, che in tal modo consente la certezza di entrare
o di non dover aspettare anche due ore prima di poter entrare.
E’ un problema, questo, che - ha assicurato l’Ambasciatore
stesso - verrà risolto nel giro di soli due o tre mesi, quando avverrà il trasferimento
di sede in un edificio molto più grande, moderno, disposto su otto piani, e
che avrà all’entrata un salone capace di ospitare in attesa ben 200 persone,
eliminando così i disagi sopra esposti.
Buona notizia dunque! Aspetteremo con ansia l’apertura
di tale nuova Sede.
- Un peculiare disagio appare essere, invece, l’assistenza
da riservarsi, soprattutto alle persone anziane, all’interno del Consolato Generale
e delle Agenzie consolari di Lomas de Zamora e di Moron.
Lo stesso Ambasciatore conosce molto bene la situazione;
unitamente ai suoi consiglieri ha esaminato e individuato una possibile soluzione
a tale inconveniente dovuto al fatto che i cittadinii chiedono informazioni
- talvolta anche svariate, coinvolgenti più aspetti - al personale dei Consolati,
senza ottenere però un riscontro immediato, dovendo fare più code in vari uffici
o dovendosi recare più volte all’Amministrazione per avere una risposta a tutti
i quesiti.
La soluzione potrebbe attuarsi mediante la presenza di
personale esterno, addetto a dare ai richiedenti una prima indicazione riguardante
le pratiche da farsi o per gli uffici che si occupano di uno specifico settore
amministrativo. Potrebbero essere impiegati giovani facenti parte della stessa
comunità italiana, delle stesse associazioni già organizzate ed a conoscenza
dei problemi che riguardano non solamente i soci, ma tutte le persone che sempre
necessitano di un consiglio o di una risposta ad un quesito.
In questo caso, però, sorge il problema dell’assunzione
definitiva di tali giovani.
I sindacati, infatti, impongono che, dopo un primo periodo
di assunzione, l’impiego venga considerato come un diritto ad avere un posto
di lavoro definitivo; cosa che le disposizioni legislative ed i bilanci consolari
e quello dell’ambasciata non consentono.
Sorge spontanea una domanda: è preferibile lasciare i
connazionali con tutti i loro disagi e gli stessi giovani senza un lavoro -
pur se parziale - piuttosto che accettare il fatto di assumere a tempo parziale
una serie di circa 15 elementi?
E consegue altra domanda: ma i sindacati, queste stesse
persone che si dicono difensori degli interessi dei lavoratori, hanno mai affrontato
“coleros”, hanno mai atteso ore per accedere ad un ufficio per ottenere una
risposta? Hanno mai vissuto il dramma di giovani senza impiego che sarebbero
invece disposti ad eseguire questo lavoro? E non pensano al fatto che
imprese private, invece, possono assumere personale a tempo determinato senza
alcun problema, anzi essendo tutelate e apprezzate per tale iniziativa?
Domande conclusive: che si aspettano i sindacati?
Che azioni ritengono di portare avanti per dare un lavoro ai giovani?
Perchè viene universalmente proposto ed anzi sollecitato un lavoro a tempo parziale
per i privati che invece viene opposto ad una pubblica amministrazione?
I giovani disposti a dare il loro contributo, figli o
nipoti di italiani, facenti parte delle varie associazioni presenti nel territorio,
pronti a eseguire tale lavoro, esistono e sanno bene esprimersi in lingua italiana
come in castigliano, ed hanno una più che soddisfacente cultura che consentirebbe
loro di ben eseguire quanto richiesto, sia mediante occupazione in un call-center
di servizio, sia direttamente e personalmente al pubblico stesso.
Chissà se un sindacato vorrà darci una risposta convincente
in merito.
Però, a parte il costruttivo dialogo avuto con l’Ambasciatore,
va detto che la stessa amministrazione italiana non sempre ha seguito, almeno
fino ad oggi, gli italiani all’estero; ora abbiamo vari rappresentanti in Parlamento:
ci si aspetta da loro un serio contributo a risolvere gli inconvenienti sopra
riportati ma non solo questi.
Altro aspetto riguarda la cultura, argomento che è già
stato da noi prospettato in precedenza: la cultura, la diffusione della lingua
italiana è un aspetto altrettanto basilare. Ma riteniamo che non sia necessario
l’invio - come è stato prospettato - di altri professori dall’Italia per l’insegnamento
della lingua in centri specifici.
I docenti presenti in Argentina, anche italiani recentemente
venuti con mezzi propri e che si mantengono mediante lezioni private o con contratti
solo quadrimestrali, sono preparati molto bene per diffondere l’insegnamento
e la cultura italiana senza bisogno di ulteriori costi e contributi provenienti
dall’Italia a favore di istituzioni che già beneficiano di cospicue risorse
proprie, provenienti dalle quote versate dagli alunni di tutte le età che partecipano
ai corsi tenuti in tali istituti.
Varie associazioni - molte di queste persino sconosciute
alle stesse istituzioni che quasi si chiudono nella loro particolarità dimenticando
la universalità che sta al di fuori del loro confine - presenti anche solo nel
territorio della Grande Buenos Aires, operano costantemente a questo fine organizzando
corsi di lingua italiana sia per gli italiani ed i loro discendenti sia per
gli stessi argentini, dando un contributo personale incommensurabile e senza
costi aggiuntivi, se non richiedendo (e non da parte di tutti) un minimo contributo
per la loro sopravvivenza e per poter continuare in tale lodevolissima attività.
Crediamo non sia il caso di riportare i nomi di tali
associazioni, per alcune delle quali nei numeri precedenti di questo giornale
abbiamo già riferito e continueremo a riportare in futuro anche per tutte le
altre; consideriamo, invece, importante sottolineare che la cultura non deve
essere una fatto d’élite, un aspetto riservato a centri culturali sofisticati,
non si deve tornare ai tempi delle divisioni tra la parte più colta ed il resto
del volgo: la cultura deve , e sempre più se ne sente la necessità, essere divulgata
nei confronti di tutti, soprattutto di quegli italiani qui residenti da molti
anni che hanno quasi totalmente dimenticato l’idioma patrio e che desiderano
sempre più mettersi in contatto con le famiglie d’origine potendo parlare nello
stessa lingua.
E chi, meglio delle Associazioni, può portare il contributo
alla diffusione della cultura? Chi, con tanta abnegazione, fornisce quotidianamente
il proprio contributo con solo in cambio un piccolo rimborso spese - certamente
neppure comparabile a quanto viene offerto a professori di dotta elevazione
che forniscono il loro apporto dietro sostanzioso compenso - se non docenti,
sicuramente preparati per tale compito, che operano in tali associazioni? E
quanto percepiscono annualmente, quanto viene distribuito a tali istituzioni
dal C.O.A.S.C.I.T., che richiede peraltro peculiare documentazione giustificativa?
E quanto viene ad essere ripartito in totale? E quanto richiedono le associazioni
ai propri partecipanti ai corsi come contributo per le lezioni e quanto invece
è richiesto ai partecipanti alle lezioni impartite negli istituti più
prestigiosi? E senza tener conto di un pensabile paragone con la scuola pubblica
argentina, nella quale gli stessi corsi universitari sono forniti gratuitamente.
In conclusione, rivolgendoci come sempre alla comunità
italiana in Argentina, desideriamo che i cittadini italiani qui residenti sappiano
e siano informati del fatto che da parte dell’Ambasciata e dei Consolati italiani
vi è la più ampia apertura a problemi fondamentali - più o meno importanti -
che li riguardano, mentre da parte di questo giornale vi sarà sempre più attenzione
ai problemi che rivestono questioni di ordine pratico e amministrativo che riguardano
tutti noi e le associazioni delle comunità italiane.
La ristrutturazione di questo stesso giornale effettuata
da alcuni mesi dopo la malaugurata dipartita di Gaetano Cario, fondatore di
questo e di altri giornali in America Latina, ha comportato un periodo di tempo
di assestamento e di adeguamento alla evoluzione dei tempi e delle istanze da
parte dei crescenti sviluppi della comunità italiana, così come sono andate
crescendo e sviluppandosi in questi ultimi anni varie associazioni.
Siamo all’inizio di un nuovo periodo dove le istanze
dei cittadini non possono più essere dimenticate o volutamente ignorate, poiché
sempre più la società nel suo insieme sta crescendo e con essa la cultura, e
ancor più il desiderio di una dignità culturale generalizzata. Nei confronti
della quale questo giornale ha fatto e farà sempre più la parte di divulgazione
della cultura e dell’informazione indipendente favorevole a tutte le iniziative
positivamente rivolte agli italiani qui residenti da parte di qualsiasi e qualsivoglia
organismo ma decisamente contrari ai tentativi di soluzioni privatistiche
che tendono a soddisfare un bisogno solo individuale.
Siano, dunque, sempre più agevolate le piccole, fondamentali,
insostituibili associazioni che si rivolgono alla collettività. (L’Eco d’Italia,
Cario Editore/Inform)