INFORM - N. 129 - 30 giugno 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Editoriale dell’Eco d’Italia, Buenos Aires

I veri problemi della Comunità Italiana in America Latina

 

BUENOS AIRES -  La comunità italiana in Buenos Aires è stato il tema dell’incontro avuto presso l’Ambasciata italiana in Buenos Aires con i rappresentanti della locale stampa italiana.

 La cortesia dell’Ambasciatore, Dott. Stefano Ronca, nel convocare i direttori dei giornali più importanti della Capitale Federale, si è concentrata sulle Associazioni qui residenti, volendosi informare sulla situazione della comunità italiana, i loro problemi e le loro aspettative.

 Questo ha dato modo di intrattenere un sereno de aperto incontro per porre in primo piano quelli che sono effettivamente i problemi argentini ma che, nella realtà, sono i problemi di tutta la comunità italiana in America Latina.

Esponiamo qui di seguito tali aspetti.

- Uno degli assunti più importanti riguarda il patrimonio storico, culturale ed economico delle Associazioni. Tra queste, tra le prime in assoluto fondate a Buenos Aires, vi sono alcune che hanno gravi problemi economici e che, anche a causa dell’invecchiamento dei soci fondatori, non riescono più a mantenere il patrimonio immobiliare che, con molto impegno e fatica, hanno conquistano negli anni anteriori.

Una di queste è l’AIMI, Ass. Italiana Mutualità e Istruzione Unione e Benevolenza, con sede in Te. Gen. J.D. Peròn al 1362 della Capitale, che ha una storia risalente al 1858; uno splendido edificio la cui architettura dovrebbe far parte del patrimonio artistico-culturale di tutta l’Argentina e che, all’interno offre sale e struttura tali da far invidia ai migliori edifici altrettanto storici nella stessa Italia.

Ebbene, questa Associazione sta affrontando i problemi abituali, quotidiani, di conservazione della stessa facciata esterna ed anhe di alcune parti interne;  un tema che riguarda l’essenza della parte economica, dato che i costi di ristrutturazione sono - e saranno sempre più - elevatissimi.

Identica situazione si presenta anche per altre tra le più antiche associazioni fondate in Argentina dagli italiani che vennero qui nel XIX secolo, il cui elenco sarebbe davvero molto lungo e che ora non riportiamo, se non riservarci una apposita, futura pubblicazione.

- Altro aspetto affrontato in tale riunione, è stato quello inerente i cittadini italiani qui residenti che per necessità temporanea o per obbligo, devono recarsi al Consolato per risolvere un  problema o assolvere ad un dovere.

La fila che si forma all’entrata, fuori, per la strada, espone le persone interessate agli agenti atmosferici ed alle intemperie nonché alla presenza dei cosiddetti “coleros” - ossia a gruppi organizzati di soggetti totalmente disinteressati a qualsiasi esigenza di adire l’autorità consolare  e che formano una fila occupando ciascuno un posto già dalle  prime ore del mattino - che poi richiedono ai veri interessati un pagamento di 20 o 30 pesos per lasciare loro il posto, che in tal modo consente la certezza di entrare o di non dover aspettare anche due ore prima di poter entrare.

E’ un problema, questo, che - ha assicurato l’Ambasciatore stesso - verrà risolto nel giro di soli due o tre mesi, quando avverrà il trasferimento di sede in un edificio molto più grande, moderno, disposto su otto piani, e che avrà all’entrata un salone capace di ospitare in attesa ben 200 persone, eliminando così i disagi sopra esposti.

Buona notizia dunque!  Aspetteremo con ansia l’apertura di tale nuova Sede.

- Un peculiare disagio appare essere, invece, l’assistenza da riservarsi, soprattutto alle persone anziane, all’interno del Consolato Generale e delle Agenzie consolari di Lomas de Zamora e di Moron.

Lo stesso Ambasciatore conosce molto bene la situazione; unitamente ai suoi consiglieri ha esaminato e individuato una possibile soluzione a tale inconveniente dovuto al fatto che i cittadinii chiedono informazioni - talvolta anche svariate, coinvolgenti più aspetti - al personale dei Consolati, senza ottenere però un riscontro immediato, dovendo fare più code in vari uffici o dovendosi recare più volte all’Amministrazione per avere una risposta a tutti i quesiti.

La soluzione potrebbe attuarsi mediante la presenza di personale esterno, addetto a dare ai richiedenti una prima indicazione riguardante le pratiche da farsi o per gli uffici che si occupano di uno specifico settore amministrativo. Potrebbero essere impiegati giovani facenti parte della stessa comunità italiana, delle stesse associazioni già organizzate ed a conoscenza dei problemi che riguardano non solamente i soci, ma tutte le persone che sempre necessitano di un consiglio o di una risposta ad un quesito.

In questo caso, però, sorge il problema dell’assunzione definitiva di tali giovani.

I sindacati, infatti, impongono che, dopo un primo periodo di assunzione, l’impiego venga considerato come un diritto ad avere un posto di lavoro definitivo; cosa che le disposizioni legislative ed i bilanci consolari e quello dell’ambasciata non consentono.

Sorge spontanea una domanda: è preferibile lasciare i connazionali con tutti i loro disagi e gli stessi giovani senza un lavoro - pur se parziale - piuttosto che accettare il fatto di assumere a tempo parziale una serie di circa 15 elementi?

E consegue altra domanda: ma i sindacati, queste stesse persone che si dicono difensori degli interessi dei lavoratori, hanno mai affrontato “coleros”, hanno mai atteso ore per accedere ad un ufficio per ottenere una risposta? Hanno mai vissuto il dramma di giovani senza impiego che sarebbero invece disposti ad eseguire questo lavoro?  E non pensano al fatto che imprese private, invece, possono assumere personale a tempo determinato senza alcun problema, anzi essendo tutelate e apprezzate per tale iniziativa?

Domande conclusive:  che si aspettano i sindacati?  Che azioni ritengono di portare avanti per dare un lavoro ai giovani?  Perchè viene universalmente proposto ed anzi sollecitato un lavoro a tempo parziale per i privati che invece viene opposto ad una pubblica amministrazione?

I giovani disposti a dare il loro contributo, figli o nipoti di italiani, facenti parte delle varie associazioni presenti nel territorio, pronti a eseguire tale lavoro, esistono e sanno bene esprimersi in lingua italiana come in castigliano, ed hanno una più che soddisfacente cultura che consentirebbe loro di ben eseguire quanto richiesto, sia mediante occupazione in un call-center di servizio, sia direttamente e personalmente al pubblico stesso.

Chissà se un sindacato vorrà darci una risposta convincente in merito.

Però, a parte il costruttivo dialogo avuto con l’Ambasciatore, va detto che la stessa amministrazione italiana non sempre ha seguito, almeno fino ad oggi, gli italiani all’estero; ora abbiamo vari rappresentanti in Parlamento: ci si aspetta da loro un serio contributo a risolvere gli inconvenienti sopra riportati ma non solo questi.

Altro aspetto riguarda la cultura, argomento che è già stato da noi prospettato in precedenza: la cultura, la diffusione della lingua italiana è un aspetto altrettanto basilare. Ma riteniamo che non sia necessario l’invio - come è stato prospettato - di altri professori dall’Italia per l’insegnamento della lingua in centri specifici.

I docenti presenti in Argentina, anche italiani recentemente venuti con mezzi propri e che si mantengono mediante lezioni private o con contratti solo quadrimestrali, sono preparati molto bene per diffondere l’insegnamento e la cultura italiana senza bisogno di ulteriori costi e contributi provenienti dall’Italia a favore di istituzioni che già beneficiano di cospicue risorse proprie, provenienti dalle quote versate dagli alunni di tutte le età che partecipano ai corsi tenuti in tali istituti.

Varie associazioni - molte di queste persino sconosciute alle stesse istituzioni che quasi si chiudono nella loro particolarità dimenticando la universalità che sta al di fuori del loro confine - presenti anche solo nel territorio della Grande Buenos Aires, operano costantemente a questo fine organizzando corsi di lingua italiana sia per gli italiani ed i loro discendenti sia per gli stessi argentini, dando un contributo personale incommensurabile e senza costi aggiuntivi, se non richiedendo (e non da parte di tutti) un minimo contributo per la loro sopravvivenza e per poter continuare in tale lodevolissima attività.

Crediamo non sia il caso di riportare i nomi di tali associazioni, per alcune delle quali nei numeri precedenti di questo giornale abbiamo già riferito e continueremo a riportare in futuro anche per tutte le altre; consideriamo, invece, importante sottolineare che la cultura non deve essere una fatto d’élite, un aspetto riservato a centri culturali sofisticati, non si deve tornare ai tempi delle divisioni tra la parte più colta ed il resto del volgo: la cultura deve , e sempre più se ne sente la necessità, essere divulgata nei confronti di tutti, soprattutto di quegli italiani qui residenti da molti anni che hanno quasi totalmente dimenticato l’idioma patrio e che desiderano sempre più mettersi in contatto con le famiglie d’origine potendo parlare nello stessa lingua.

E chi, meglio delle Associazioni, può portare il contributo alla diffusione della cultura? Chi, con tanta abnegazione, fornisce quotidianamente il proprio contributo con solo in cambio un piccolo rimborso spese - certamente neppure comparabile a quanto viene offerto a professori di dotta elevazione che forniscono il loro apporto dietro sostanzioso compenso - se non docenti, sicuramente preparati per tale compito, che operano in tali associazioni? E quanto percepiscono annualmente, quanto viene distribuito a tali istituzioni dal C.O.A.S.C.I.T., che richiede peraltro peculiare documentazione giustificativa?  E quanto viene ad essere ripartito in totale?  E quanto richiedono le associazioni ai propri partecipanti ai corsi come contributo per le lezioni e quanto invece è richiesto ai partecipanti alle lezioni impartite negli istituti  più prestigiosi? E senza tener conto di un pensabile paragone con la scuola pubblica argentina, nella quale gli stessi corsi universitari sono forniti gratuitamente.

In conclusione, rivolgendoci come sempre alla comunità italiana in Argentina, desideriamo che i cittadini italiani qui residenti sappiano e siano informati del fatto che da parte dell’Ambasciata e dei Consolati italiani vi è la più ampia apertura a problemi fondamentali - più o meno importanti - che li riguardano, mentre da parte di questo giornale vi sarà sempre più attenzione ai problemi che rivestono questioni di ordine pratico e amministrativo che riguardano tutti noi e le associazioni delle comunità italiane.

La ristrutturazione di questo stesso giornale effettuata da alcuni mesi dopo la malaugurata dipartita di Gaetano Cario, fondatore di questo e di altri giornali in America Latina, ha comportato un periodo di tempo di assestamento e di adeguamento alla evoluzione dei tempi e delle istanze da parte dei crescenti sviluppi della comunità italiana, così come sono andate crescendo e sviluppandosi in questi ultimi anni varie associazioni.

Siamo all’inizio di un nuovo periodo dove le istanze dei cittadini non possono più essere dimenticate o volutamente ignorate, poiché sempre più la società nel suo insieme sta crescendo e con essa la cultura, e ancor più il desiderio di una dignità culturale generalizzata. Nei confronti della quale questo giornale ha fatto e farà sempre più la parte di divulgazione della cultura e dell’informazione indipendente favorevole a tutte le iniziative positivamente rivolte agli italiani qui residenti da parte di qualsiasi e qualsivoglia organismo  ma decisamente contrari ai tentativi di soluzioni privatistiche che tendono a soddisfare un bisogno solo individuale.

Siano, dunque, sempre più agevolate le piccole, fondamentali, insostituibili associazioni che si rivolgono alla collettività. (L’Eco d’Italia, Cario Editore/Inform)


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