RASSEGNA STAMPA
Intervista de “la Repubblica” al Ministro degli Esteri Massimo
D’Alema
“A Kabul obbligati a restare. Lo deve capire
tutta l’Unione. Ma oltre ai soldati manderemo
più aiuti”
ROMA – Ministro
D’Alema, sembrava che con la decisione del ritiro delle truppe dall’lraq tutti
i guai interni al centro sinistra fossero finiti. E invece sul decreto di rifinanziamento
delle missioni all’estero Rifondazione ha posto di nuovo il suo veto. Com’è
possibile?
Non c’e stato nessun veto. Franco Giordano ha solo chiesto
che prima di approvare il provvedimento in consiglio dei ministri possa esserci
una discussione tra i partiti. E’ anche comprensibile che Rifondazione, che
fino ad oggi ha sempre votato contro la missione in Afghanistan, viva questo
passaggio con qualche difficoltà. Ma la politica è anche la capacità di raggiungere
compromessi, e di accettare le logiche di coalizione.
Lei sdrammatizza. Ma se già siamo ai veti sarà dura.
I problemi saranno superati quando si toccherà con mano
la natura di questo provvedimento sulle missioni, che sarà approvato nei prossimi
giorni. E’ vero che il meccanismo del voto sul rifinanziamento è anomalo, perché
ogni sei mesi ci precipita in una sorta di psicodramma collettivo: con la prossima
Legge Finanziaria proporrò di cambiarlo. Ma voglio sottolineare che questa volta
il decreto è radicalmente innovativo rispetto al passato. Contiene la disposizione
del rientro in autunno delle nostre forze armate dall’Iraq, ridimensiona la
spesa militare complessiva, introduce una quota di risorse destinate alla cooperazione
civile e umanitaria, prevede una posta per il Darfur. Insomma, il segnale politico
che vogliamo lanciare è chiaro: non c’è solo una reiterazione burocratica del
provvedimento semestrale, ma c’è delineata una nuova idea della politica estera.
Anche per questo, penso che oltre al decreto legge “a perdere”, necessario per
pagare gli stipendi dei militari, ci sarà anche un disegno di legge su cui siamo
pronti a discutere, e ad accogliere mozione e ordini del giorno.
Ancora discussioni? Ma non bastano quelle che già ci
sono all’interno del centrosinistra, che rischiano solo di logorare i rapporti
tra forze politiche e forze armate?
Questo governo è orgoglioso delle Forze Armate, che si
sono conquistate sul campo il riconoscimento unanime di tutti. Questo voglio
sottolinearlo, perché non ci siano mai più equivoci: noi siamo per la pace,
ma il rispetto per i nostri militari è e deve essere qualcosa che unisce il
Paese.
Peccato che Pdci e Rifondazione ora chiedano anche il
ritiro delle truppe dall’Afghanistan.
Siamo persone molto pazienti, ma è venuto il momento
che tutti si convincano di una verità inconfutabile: c’è una profonda diversità
tra la vicenda irachena e quella afgana. In Iraq la presenza militare italiana
è stata una scelta politica, compiuta dal governo Berlusconi: aderire alla Coalition
of the willings, per essere solidali con l’iniziativa militare degli Stati Uniti.
Non è vero che siamo andati a Nassiriya sotto l’egida dell’Onu: i nostri militari
sono stati inviati prima della risoluzione 1483, che non a caso definiva “occupanti”
le forze anglo-americane. Noi quella scelta non l’abbiamo condivisa, e per questo
oggi ci ritiriamo. In Afghanistan, invece, lo scenario è completamente diverso.
Noi siamo a Kabul insieme alla Nato, con l’Unione europea e sotto mandato delle
Nazioni Unite. Tanto è vero che con i nostri soldati ci sono tutti gli altri,
dagli spagnoli ai tedeschi. Cioè le truppe di quei Paesi che non hanno mandato
o hanno ritirato le loro missioni dall’Iraq.
Quindi, se anche lo volessimo, e non lo vogliamo, non
potremmo comunque ritirare un solo uomo dall’Afghanistan?
Esatto. Mentre sull’Iraq possiamo sfilarci dalla Coalition
of the willings, sull’Afghanistan non possiamo uscire dalle Nazioni Unite o
dalla Ue, con un’iniziativa unilaterale. Possiamo anche riflettere sulle difficoltà
crescenti in Afghanistan: io stesso, al G8 della prossima settimana a Mosca,
porrò la questione. Ma non possiamo separare le nostre responsabilità da quelle
degli organismi multilaterali ai quali partecipiamo. Questo è il punto vero,
per noi cogente, che io spero venga compreso in Italia. In poco più di un mese
abbiamo rilanciato il ruolo internazionale dell’Italia. Nel Consiglio europeo
abbiamo riaperto la prospettiva di un’integrazione più forte, per salvare il
nucleo costituzionale insieme ai tedeschi e ai francesi. Stiamo lavorando per
allargare l’orizzonte della nostra influenza in India, Cina, America latina,
Mediterraneo. Scenari dai quali la politica italiana è stata completamente assente
negli ultimi cinque anni.
Lei non cita il nodo più intricato, anche per la stessa
sinistra: il rapporto con gli Stati Uniti. E’ un lapsus freudiano? Mi vuole
fare credere che l’annuncio del nostro ritiro dall’Iraq è stato accolto festosamente
dalla Rice?
Anche agli americani abbiamo presentato un’Italia che
vuole rilanciare il suo ruolo, in Europa e nel mondo, non in chiave antiamericana,
ma in una chiave di piena e leale collaborazione. La Rice è donna molto pragmatica
e intelligente. Ed è a sua volta impegnata a delineare un quadro nuovo delle
relazioni tra Europa e America. Fortunatamente la fase in cui ha infuriato l’unilateralismo
americano è passata. Si è capito che bisogna rivitalizzare le alleanze e le
istituzioni internazionali. In questo quadro di rinnovato dialogo, l’America
ha compreso che noi italiani saremo amici, anche se diversamente amici rispetto
agli accomodamenti del governo Berlusconi.
Eppure le fonti, anche americane, hanno parlato di «gelo
sull’Iraq tra lei e Condoleezza.
Il solito provincialismo. Gli americani hanno rispetto
per chi ha rispetto di sè. Vuole sapere cosa mi ha detto la Rice sull’Iraq?
“Abbiamo preso atto delle vostre decisioni, ma poiché avete detto che volete
mantenere una presenza in quell’area, che tipo di impegno avete in mente?”.
Questa è stata la domanda. E io le ho risposto: un sostegno finanziario e umanitario,
ma non più militare. Tutto qui. E vuole sapere cosa ci siamo detti sull’Afghanistan?
Lei non mi ha chiesto nulla, anche perché di questa questione discuteremo nella
Nato, dove Usa e Italia sono alleati a pari titolo. Punto e basta. Gli Stati
Uniti sono una grande potenza, che ha rispetto dei Paesi amici: non si sognano
nemmeno di chiedere ciò che noi non vogliamo o non siamo in grado di dare.
Quindi, nonostante
l’antiamericanismo di un pezzo di Unione, lei non vede problemi nelle nostre
relazioni transatlantiche?
Io vedo un’Italia che con il governo Prodi ha già ora
e potrà avere ancora di più in futuro un grande ruolo in Europa, e che in forza
di questo ruolo potrà giocare una funzione importante nei confronti degli Stati
Uniti e del mondo arabo a sostegno della democrazia, perché noi vogliamo estendere
questo modello e vogliamo diffondere ovunque i diritti civili. Abbiamo contestato
l’idea che questo obiettivo si potesse raggiungere con la guerra. L’abbiamo
considerata un’idea sbagliata, perché alla fine il mezzo, cioè la guerra, si
è mangiata il fine, cioè la democrazia.
Qual è l’alternativa? Come si può esercitare una politica
di containment rispetto alla crisi iraniana, smarcandosi dagli Usa?
Dobbiamo rinverdire il nostro ruolo di cerniera, diplomatica
ed economica, in quell’area. In questi ultimi cinque anni ci siamo autoesclusi
dalla vicenda iraniana. Una scelta assurda, visto che con un interscambio di
5,7 miliardi di euro all’anno con quel paese siamo il principale partner commerciale
europeo dell’Iran. Quando l’ho spiegato alla Rice, e gli ho annunciato che avrei
incontrato il ministro degli esteri iraniano, e che avrei cercato di spingerlo
ad accettare il piano di Solana, lei non ha battuto ciglio e mi ha risposto
“benissimo, facci sapere poi com’è andata”.
La Rice non ha
avuto nulla da ridire neanche sulle richieste di chiudere Guantanamo?
Io su Guantanamo ho espresso alla Rice la posizione europea.
Come ho fatto sul Medioriente: l’Europa dissente dalla politica degli omicidi
mirati del governo israeliano. Come dissente dalla pena di morte in assoluto,
così l’Europa non può accettare l’idea della pena di morte extragiudiziale.
Questa è la posizione unanime del consiglio dei ministri della Ue, non è la
posizione balzana di D’Alema che è il solito “anti-semita e filo palestinese”.
D. Insomma, lei non crede che il governo Prodi cadrà
sulla politica estera?
Senta, io credo che nel giro di un mese l’Italia è riuscita
ad avviare una ricollocazione strategica della sua politica estera. Senza strappi,
in modo percepibile e, me lo lasci dire, anche autorevole. Prodi ha dato contributo
decisivo. Con i suoi viaggi e i suoi incontri con i leader europei e poi con
Putin ha dato un impulso molto forte. Abbiamo fatto veramente squadra.
Allora perché la sinistra radicale è così scontenta,
e vi espone al pericolo di dover chiedere aiuto al centrodestra?
E’ evidente che il governo deve essere autosufficiente
sulla politica estera, e non si può reggere sulla stampella dell’opposizione.
Ma questo può avvenire solo se la sinistra è in grado di collocare i singoli
episodi dentro una strategia complessiva. La ricollocazione della nostra politica
estera è un segno tangibile dei valori in cui crediamo. La mia percezione è
che, anche in politica estera, stiamo facendo davvero “qualcosa di sinistra”.
Certo, una sinistra ragionevole e riformista, che nel quadro delle relazioni
internazionali esistenti cerca di incidere sui processi reali. Nella prevenzione
dei conflitti, nella difesa delle democrazie, nella lotta contro le ingiustizie.
Sulla politica estera avrete pure «fatto squadra», come
dice lei. Ma sulla Rai la «squadra» non si e proprio vista. Come mai?
La nomina del direttore generale della Rai ha bisogno
del concerto tra il governo e il voto del Cda. Non conosco Cappon, mi dicono
che sia una persona di qualità. Il problema non è lo scontro sui nomi, quanto
il terreno normativo e i rapporti di forza definiti dalla legge Gasparri. Con
questi paletti era difficile trovare una soluzione non condivisa. Il problema
semmai è come rimuovere quei paletti, e come rilanciare un’apertura vera del
mercato radiotelevisivo.
Domenica si vota, e la vittoria del no alla riforma costituzionale
del Polo non pare così scontata. Lei come la vede?
Se dovesse essere approvata, questa riforma sarebbe un
disastro. Bloccherebbe ogni confronto sul futuro costituzionale del Paese. Avrebbe
costi giganteschi per la pubblica amministrazione le imprese i cittadini. Berlusconi
ci ha messo di nuovo il carico da undici di una rivincita politica, con l’ulteriore
tentativo di destabilizzare il governo. E’ l’ultima cosa di cui il Paese ha
bisogno. Spero che i cittadini si rendano conto che devono andare a votare,
e che devono votare no per chiudere questo lungo e rovinoso rodeo.
Al “rodeo” ha
contribuito anche la vostra falsa partenza.
Più che falsa, è stata una partenza faticosa. Figlia
di una legge elettorale sbagliata. Adesso dobbiamo ritrovare slancio. Dobbiamo
evitare che si riproduca un vecchio dualismo: di qua Prodi, di là i partiti
che lo assediano. E’ uno schema fasullo e rischioso, che eccita il malcontento
e il qualunquismo dell’opinione pubblica e rischia di indebolire rapidamente
il governo. lo vedo bene Prodi come leader di una sola, grande forza politica:
il partito democratico. E’ l’obiettivo più importante, e anche il più urgente.(Massimo
Giannini- la Repubblica)
Inform