STAMPA ITALIANA PER L’ESTERO
Germania: intervista
con la scrittrice Marisa Fenoglio del Messaggero di sant’Antonio edizione per
l’estero (luglio-agosto 2006)
Due volte stranieri
“Felice l’espatriato che può ammettere che le cose, così
come sono andate, hanno avuto una loro ragione. E che ha avuto un senso approdare
dov’è arrivato”
SALERNO - “Per molto tempo a Niederhausen non andai a
un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese
nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla né di bello,
né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola
di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse.
Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto”.
È l’incipit di Vivere altrove: una storia autobiografica scritta da Marisa Fenoglio,
sorella di uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento, Beppe Fenoglio.
Per lei la scrittura è arrivata tardi, nell’età della maturità, e proprio come
necessità: per poter raccontare la sua storia d’emigrazione al femminile. Nata
ad Alba, Marisa si è trasferita appena sposata, quasi cinquant’anni fa, in Germania,
dove risiede tutt’ora. Con Vivere altrove, pubblicato da Sellerio, e già alla
quarta edizione, ha vinto il Premio Speciale della Giuria al XV Concorso Letterario
Nazionale Rapallo Carige per
Abbiamo incontrato Marisa Fenoglio al Palazzo Vanvitelliano
di Mercato San Severino, in provincia di Salerno, a margine del Convegno “Vivere
altrove: un’italiana in Germania”, promosso dal Centro Studi Pascal D’Angelo.
Com’è approdata in Germania?
Sono stata una delle migliaia di italiane arrivate qui
alla fine degli anni Cinquanta. Subito dopo le nozze, ho seguito mio marito,
Giuseppe Fausan, dirigente della Ferrero, che in Germania doveva aprire un nuovo
stabilimento. Sono approdata, purtroppo, in uno dei posti meno esaltanti della
Germania, meno invoglianti a farsene una patria: un piccolo paese dell’Oberhessen,
che grazie a una politica di agevolazioni fiscali da parte del governo regionale
di Wiesbaden, si sviluppò in un fiorente centro industriale. Anche l’azienda
italiana per cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi in Germania, scelse
quel posto attirata dagli allettamenti fiscali.
Si è mai chiesta se esista o meno un’emigrazione “facile”?
Sì, è una domanda che mi sono posta. Anche dalla mia
posizione privilegiata mi sono accorta che ciò che ci accomuna tutti è il senso
di sradicamento, il senso di provvisorietà. Ogni straniero ha una storia di
partenza.
Quando e perché ha deciso di cominciare a scrivere?
Forse per rendere una testimonianza, per raccontare una
storia d’emigrazione al femminile. Perché altre donne possano uscire dal buio
e dal silenzio. Quasi tutte le storie degli italiani all’estero sono state scritte
da uomini. Quanto a me, a differenza di mio fratello Beppe Fenoglio, che ha
scritto negli anni della gioventù, ho iniziato a scrivere con la maturità. Prima
ho pensato alla famiglia, ai figli, com’è giusto che sia. Come dice Virginia
Woolf: “bisogna aspettare di avere una stanza, un cantuccio tutto per sé per
poter cominciare a raccontare”.
Nel suo libro, lei rievoca il primo impatto con un Paese
straniero, reso più difficile da una lingua ostica. È vero che arrivò a suonare
lei stessa il campanello di casa per immaginare una visita?
Volevo sentire come avrebbe suonato se qualcuno fosse
venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse
passato di lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, per giocare con i miei
bambini.
Nell’incipit di “Vivere altrove”, lei parla dell’importanza
di avere dei parenti per chi è all’estero. Quanto conta la famiglia?
Moltissimo. Con i miei bambini ho dovuto fare da nonna,
da zia, da cugina. Quelle vere, le hanno viste raramente. Chi parla male della
parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Cosa intende quando dice che in casa di chi è all’estero
tutto è doppio?
Lo straniero è una navetta vivente tra due realtà impermeabili,
un traghetto che unisce due sponde inamovibili. Tutto è doppio nella sua casa:
lo sono gli oggetti, i libri, i dischi, la posta, l’elenco telefonico, le ricette
di cucina, le abitudini. Tutto è carico di quell’indefinibile fascino che emana
dalle cose che stanno sospese tra due mondi.
Personalmente come ha vissuto il peso di questo doppio
mondo?
Per una donna, per una sposa e mamma, è ancora più forte.
Quando sono nati i miei figli, per esempio, mi sono trovata dinanzi al dilemma
se dare loro un’educazione di stile italiano o tedesco, se far prevalere l’una
o l’altra impostazione culturale, persino per l’alimentazione si incontravano
e si scontravano due stili diversi.
Perché chi espatria è due volte straniero?
È due volte straniero perché è inattuale in patria e
nel Paese d’adozione. Chi vive altrove e torna, è destinato all’inattualità;
questo a prescindere da qualsiasi condizione sociale. Pur tuttavia sono gli
stranieri i veri europei; sono loro la punta d’acciaio della mentalità europea.
Alla fine sono proprio gli emigrati, i veri biculturali, quelli che sanno tutto
delle due nazioni, che pur da una certa distanza le conoscono di prima mano,
dal di dentro, nel quotidiano, non da una conoscenza libresca. A chi emigra
non riuscirà mai di essere stanziale, non nei pensieri, non nella lingua: saltellerà
sempre su e giù come fa con la geografia.
Lei ha detto che continuerà a vivere in Germania e che
non è immaginabile il ritorno. È un prendere atto del disincanto?
Vivo da quasi mezzo secolo in Germania, ma resto italiana.
Tuttavia sono realista: non posso e non vorrei lasciare il Paese che mi ha accolto,
dove i miei figli sono cresciuti, hanno studiato, e hanno la loro rete di affetti
e amicizie. Bisogna dimenticare il ritorno anche se lo si vorrebbe tanto. Più
ci si integra, più si allontana la prospettiva del ritorno, che rimane un’idea,
un’aspirazione. Ci si accorge che tutte le faccende terrene che ognuno deve
mettere a posto, giunto a una certa età, non hanno più niente a che fare con
l’Italia; il futuro si svolgerà qui: nella vita dei figli e delle generazioni
venture. A questo punto quella navetta che per tutta la vita è andata su e giù,
dovrà fermarsi su una delle due sponde, quella tedesca, ed è giusto che sia
così. Si resta nella consapevolezza di rappresentare per loro il retroterra
che tanto ci mancò. Loro sono figli di una doppia memoria, ma si muovono con
la naturalezza dei figli di padri che già hanno vissuto in Germania, che già
hanno parlato tedesco.
È possibile integrarsi conservando la propria identità?
Questa è la quadratura del cerchio, ovviamente è la méta,
ma non è facile. Ora il progresso consente di andare in Italia con 20 euro,
e conosco tante persone che vanno su e giù con grande frequenza, ma so anche
che poi ci stanno male; sono cose che fanno male: equivalgono ad un nuovo sradicamento;
non si può passare con tanta facilità da una stanzialità all’altra. (Paolo Romano-
Messaggero di sant’Antonio edizione per l’estero/Inform)