INFORM - N. 118 - 14 giugno 2006


STAMPA ITALIANA PER L’ESTERO

Germania: intervista con la scrittrice Marisa Fenoglio del Messaggero di sant’Antonio edizione per l’estero (luglio-agosto 2006)

Due volte stranieri

“Felice l’espatriato che può ammettere che le cose, così come sono andate, hanno avuto una loro ragione. E che ha avuto un senso approdare dov’è arrivato”

 

SALERNO - “Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla né di bello, né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto”. È l’incipit di Vivere altrove: una storia autobiografica scritta da Marisa Fenoglio, sorella di uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento, Beppe Fenoglio. Per lei la scrittura è arrivata tardi, nell’età della maturità, e proprio come necessità: per poter raccontare la sua storia d’emigrazione al femminile. Nata ad Alba, Marisa si è trasferita appena sposata, quasi cinquant’anni fa, in Germania, dove risiede tutt’ora. Con Vivere altrove, pubblicato da Sellerio, e già alla quarta edizione, ha vinto il Premio Speciale della Giuria al XV Concorso Letterario Nazionale Rapallo Carige per la Donna scrittrice. La sua è una testimonianza di vita, l’esempio di come la condizione di emigrante comporti sempre una doppia appartenenza, una doppia cultura che fa “degli stranieri i veri europei”.

Abbiamo incontrato Marisa Fenoglio al Palazzo Vanvitelliano di Mercato San Severino, in provincia di Salerno, a margine del Convegno “Vivere altrove: un’italiana in Germania”, promosso dal Centro Studi Pascal D’Angelo.

Com’è approdata in Germania?

Sono stata una delle migliaia di italiane arrivate qui alla fine degli anni Cinquanta. Subito dopo le nozze, ho seguito mio marito, Giuseppe Fausan, dirigente della Ferrero, che in Germania doveva aprire un nuovo stabilimento. Sono approdata, purtroppo, in uno dei posti meno esaltanti della Germania, meno invoglianti a farsene una patria: un piccolo paese dell’Oberhessen, che grazie a una politica di agevolazioni fiscali da parte del governo regionale di Wiesbaden, si sviluppò in un fiorente centro industriale. Anche l’azienda italiana per cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi in Germania, scelse quel posto attirata dagli allettamenti fiscali.

Si è mai chiesta se esista o meno un’emigrazione “facile”?

Sì, è una domanda che mi sono posta. Anche dalla mia posizione privilegiata mi sono accorta che ciò che ci accomuna tutti è il senso di sradicamento, il senso di provvisorietà. Ogni straniero ha una storia di partenza.

Quando e perché ha deciso di cominciare a scrivere?

Forse per rendere una testimonianza, per raccontare una storia d’emigrazione al femminile. Perché altre donne possano uscire dal buio e dal silenzio. Quasi tutte le storie degli italiani all’estero sono state scritte da uomini. Quanto a me, a differenza di mio fratello Beppe Fenoglio, che ha scritto negli anni della gioventù, ho iniziato a scrivere con la maturità. Prima ho pensato alla famiglia, ai figli, com’è giusto che sia. Come dice Virginia Woolf: “bisogna aspettare di avere una stanza, un cantuccio tutto per sé per poter cominciare a raccontare”.

Nel suo libro, lei rievoca il primo impatto con un Paese straniero, reso più difficile da una lingua ostica. È vero che arrivò a suonare lei stessa il campanello di casa per immaginare una visita?

Volevo sentire come avrebbe suonato se qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato di lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, per giocare con i miei bambini.

Nell’incipit di “Vivere altrove”, lei parla dell’importanza di avere dei parenti per chi è all’estero. Quanto conta la famiglia?

Moltissimo. Con i miei bambini ho dovuto fare da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere, le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.

Cosa intende quando dice che in casa di chi è all’estero tutto è doppio?

Lo straniero è una navetta vivente tra due realtà impermeabili, un traghetto che unisce due sponde inamovibili. Tutto è doppio nella sua casa: lo sono gli oggetti, i libri, i dischi, la posta, l’elenco telefonico, le ricette di cucina, le abitudini. Tutto è carico di quell’indefinibile fascino che emana dalle cose che stanno sospese tra due mondi.

Personalmente come ha vissuto il peso di questo doppio mondo?

Per una donna, per una sposa e mamma, è ancora più forte. Quando sono nati i miei figli, per esempio, mi sono trovata dinanzi al dilemma se dare loro un’educazione di stile italiano o tedesco, se far prevalere l’una o l’altra impostazione culturale, persino per l’alimentazione si incontravano e si scontravano due stili diversi.

Perché chi espatria è due volte straniero?

È due volte straniero perché è inattuale in patria e nel Paese d’adozione. Chi vive altrove e torna, è destinato all’inattualità; questo a prescindere da qualsiasi condizione sociale. Pur tuttavia sono gli stranieri i veri europei; sono loro la punta d’acciaio della mentalità europea. Alla fine sono proprio gli emigrati, i veri biculturali, quelli che sanno tutto delle due nazioni, che pur da una certa distanza le conoscono di prima mano, dal di dentro, nel quotidiano, non da una conoscenza libresca. A chi emigra non riuscirà mai di essere stanziale, non nei pensieri, non nella lingua: saltellerà sempre su e giù come fa con la geografia.

Lei ha detto che continuerà a vivere in Germania e che non è immaginabile il ritorno. È un prendere atto del disincanto?

Vivo da quasi mezzo secolo in Germania, ma resto italiana. Tuttavia sono realista: non posso e non vorrei lasciare il Paese che mi ha accolto, dove i miei figli sono cresciuti, hanno studiato, e hanno la loro rete di affetti e amicizie. Bisogna dimenticare il ritorno anche se lo si vorrebbe tanto. Più ci si integra, più si allontana la prospettiva del ritorno, che rimane un’idea, un’aspirazione. Ci si accorge che tutte le faccende terrene che ognuno deve mettere a posto, giunto a una certa età, non hanno più niente a che fare con l’Italia; il futuro si svolgerà qui: nella vita dei figli e delle generazioni venture. A questo punto quella navetta che per tutta la vita è andata su e giù, dovrà fermarsi su una delle due sponde, quella tedesca, ed è giusto che sia così. Si resta nella consapevolezza di rappresentare per loro il retroterra che tanto ci mancò. Loro sono figli di una doppia memoria, ma si muovono con la naturalezza dei figli di padri che già hanno vissuto in Germania, che già hanno parlato tedesco.

È possibile integrarsi conservando la propria identità?

Questa è la quadratura del cerchio, ovviamente è la méta, ma non è facile. Ora il progresso consente di andare in Italia con 20 euro, e conosco tante persone che vanno su e giù con grande frequenza, ma so anche che poi ci stanno male; sono cose che fanno male: equivalgono ad un nuovo sradicamento; non si può passare con tanta facilità da una stanzialità all’altra. (Paolo Romano- Messaggero di sant’Antonio edizione per l’estero/Inform)


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