INFORM - N. 115 - 9 giugno 2006
INTERVENTI
Dino Nardi (UIM): Referendum sulla devolution,
le ragioni di un No!
ZURIGO - In questi giorni, per la quinta volta dall’entrata
in vigore in Italia della legge sul voto all’estero (2001), noi italiani che
viviamo fuori dei confini nazionali siamo chiamati a votare per corrispondenza
sul referendum confermativo (in questo caso non necessita alcun quorum!) concernente
le “Modifiche alla II Parte della Costituzione” meglio noto come il referendum
sulla “devolution” imposto dalla maggioranza di centrodestra della scorsa legislatura.
Da parte mia, dopo aver cercato di capirne di più di questo argomento, importantissimo
ma certamente non semplice per i non addetti ai lavori, sono arrivato alla conclusione
che voterò NO al quesito referendario. Senza
entrare nel merito delle singole modifiche previste dalla devolution, che i
media ci ricordano ormai quotidianamente e sulle quali è difficile essere d’accordo,
voterò NO soprattutto perché non si può prendere alla leggera qualsiasi modifica
di una legge fondamentale per un Paese quale è sicuramente la Costituzione.
La mia decisione di votare NO è stata, peraltro, rafforzata
dalla lettura di un saggio intitolato “No alla controriforma costituzionale
del centro-destra” che, in proposito, ha scritto il costituzionalista Pietro
Ciarlo. Di questo saggio, che sollecito tutti a leggere per saperne di più sulla
devolution, citerò solo, per ragioni di spazio, il capitolo “Le origini della
Costituzione e della modifica del centro-destra: due storie diverse”.
Ecco cosa scrive Pietro Ciarlo: “La Costituzione del 1948
simboleggia la vittoria della democrazia contro la dittatura, la sconfitta della
monarchia e l’avvento della Repubblica, la fine della guerra e la stipulazione
di un grande patto condiviso tra le forze politiche della resistenza e della
liberazione. È proprio la sua essenza di patto condiviso che ha consentito alla
Carta fondamentale di porre le basi per l’uscita dell’Italia dalle macerie della
guerra e di avviare la ricostruzione non solo economica, ma anche morale e culturale
del Paese. I democristiani, i comunisti, i socialisti, i liberali riuscirono
a trovare, nel corso della redazione del testo costituzionale, un vero e proprio
spirito costituente, che consentì loro di elaborare una Costituzione con alla
base principi e valori comuni: l’eguaglianza sostanziale e i diritti sociali,
la tutela dei diritti di libertà, la laicità dello Stato, l’equilibrio e il
bilanciamento tra i poteri. È per questo che quando si leggono gli articoli
della Costituzione italiana si prova un sentimento di identificazione, di riconoscimento,
la percezione che si è di fronte non al testo di una parte politica contro le
altre, ma alla Costituzione di tutti. La revisione costituzionale del centro-destra
non ha nulla dello spirito costituente descritto. La sua origine non è il frutto
di un accordo tra la maggioranza e l’opposizione, ma l’esito di un baratto tra
i partiti della maggioranza nell’ambito del quale la Costituzione è stata
letteralmente venduta a pezzi. Per potersi garantire la Presidenza del Consiglio
fino alla fine della legislatura e l’approvazione delle ben note leggi ad personam,
Berlusconi non ha esitato a concedere, sotto forma di modifiche al testo costituzionale,
una sorta di dittatura del premier ad Alleanza nazionale e la devolution alla
Lega Nord. Il testo della riforma, scritto nel chiuso di una baita alpina dai
cosiddetti saggi di Lorenzago (alcuni pretesi esperti di diritto costituzionale
del centro-destra), è stato presentato in Parlamento sotto forma di disegno
di legge del Governo e approvato coi soli voti della maggioranza. Esattamente
il contrario di un patto condiviso, anzi un modo per trasformare la Costituzione di tutti
nella Costituzione di pochi, un modo per distruggere l’idea stessa di Costituzione.
È nata così questa riforma confusa, pasticciata, di difficile lettura e incredibile
complessità. Intendiamo metterne in evidenza gli aspetti più contraddittori
e pericolosi, destinati a creare indesiderabili concentrazioni di potere, ma
soprattutto una devastante paralisi istituzionale. Il progetto del testo di
revisione nasce, dunque, fuori dal Parlamento, senza un reale confronto tra
la maggioranza e l’opposizione, perseguendo una logica di emarginazione delle
assemblee parlamentari e con esse, inevitabilmente, dell’opposizione e delle
autonomie territoriali. Certamente, vi è sempre il momento dell’iniziativa:
nell’Assemblea Costituente ad Egidio Tosato fu affidato il compito di redigere
lo schema generale della Costituzione, ma in quanto mandatario sia della maggioranza
che dell’opposizione. Sia dalla sua genesi politica, che dal metodo, dunque,
l’attuale revisione si caratterizza per una sua vocazione extraparlamentare,
per la sua nascita fuori dal Parlamento. La riforma del Titolo V della Costituzione,
approvata nel 2001, sul finire della XIII legislatura, viene richiamata da alcuni
quale precedente che giustifica il modo di procedere della destra, ma le due
situazioni sono radicalmente diverse. Anche nel 2001, infatti, vi fu una votazione
finale da parte della sola maggioranza di centrosinistra, ma tale votazione
aveva ad oggetto un testo che rappresentava il risultato di un lungo lavoro
di colloquio tra la maggioranza stessa e l’opposizione, già a partire dalla
Commissione bicamerale D’Alema. Solo al momento dell’approvazione finale, in
vista delle imminenti elezioni politiche, il centro-destra, allora opposizione,
si chiamò strumentalmente fuori. Peraltro, non si possono dimenticare i rapporti
intessuti con le Regioni e gli enti locali che si espressero unanimemente a
favore della riforma, mentre a questa di oggi sono nettamente contrari: quasi
tutti i Consigli regionali hanno richiesto l’indizione del referendum perché
si possa dire NO”.
Come non condividere
il pensiero del professor Ciarlo? Tuttavia, anche se voterò NO, sono anch’io
dell’avviso, come molti costituzionalisti ed esperti della materia, che la
Costituzione italiana del 1948 vada, quantomeno, rinfrescata
nella sua II Parte, ma attraverso una riforma il più possibile condivisa dal
Paese e dal Parlamento e non da maggioranze parlamentari, più o meno risicate,
di questa o quella legislatura in cui l’una fa e l’altra disfà. Una necessità quella di una riforma condivisa che, peraltro,
oggi, a ridosso del referendum, sembra trovare consensi non solo nel centrosinistra
ma nello stesso centrodestra. Peccato che quest’ultimo non sia giunto a questa
determinazione prima di decidere di… mandare alcuni suoi rappresentanti in quella
baita di montagna a Lorenzago, nel bellunese, per avere l’ispirazione riformatrice
che partorì, poi, questa devolution che, magari, dopo il 26 giugno, il solito
ex ministro Calderoli definirà, anch’essa, come l’ennesima “porcata” lasciataci
in eredità dal governo Berlusconi! (Dino Nardi, UIM /Inform)
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