DESAPARECIDOS
Sul
Messaggero di sant’Antonio, giugno 2006
Francesca Massarotto intervista Angela
e Vera, due “Madres de Plaza de Mayo” italiane
PADOVA - Vera e Angela sono due madres de plaza de Mayo, mamme argentine che da trent’anni si ritrovano,
con i fazzoletti bianchi in testa, sulla piazza di Buenos Aires di fronte alla
Casa Rosada, per infondersi coraggio
l’un l’altra e denunciare i metodi della dittatura del generale Videla. Una
dittatura militare feroce, iniziata nel 1976 e durata fino al crollo del regime
nel 1982, che ha fatto sparire 30.000 uomini e donne, gettati vivi dagli aerei
nelle acque dell’oceano. Le eroiche mamme dei desaparecidos (fra loro anche 45 italiani)
non si sono mai arrese e dopo 30 anni cercano ancora notizie dei loro figlioli.
Si sono fatte prelevare il sangue per poter riconoscere, attraverso l’analisi
deel DNA, almeno le ossa dei loro figli e dar loro una sepoltura cristiana.
Angela e Vera
sono mamme italiane.
Vera Vigevani Jarach è nata a Milano, il nonno era nato
a Venezia ed è stato deportato in Germania,
dov’è scomparso nei campi di sterminio.
Emigrata in Argentina con la famiglia negli anni ‘30
per sfuggire alle leggi razziali, Vera è oggi vedova e sola. L’unica figlia
Franca è stata imprigionata, torturata e fatta sparire dai militari “Aveva soltanto
18 anni: finita la scuola superiore, doveva entrare all’università. E’stata
prelevata da sconosciuti, portata in un campo di concentramento e fatta sparire
con i “voli della morte”. Ora nella sua scuola
c’è una targa che ricorda i 150 studenti
ammazzati dalla dittatura”.
Ho incontrato Vera e Angela a Roma l’8 marzo, quando
sono state ricevute dal nostro Capo dello Stato, che ha voluto onorare la memoria
dei loro figli e dei 45 italiani desaparecidos.
Le madri portano sempre al petto le foto dei loro ragazzi.“Proprio di marzo,
trent’anni fa, è iniziata la dittatura
- spiega Angela, che ha perso tutti e due i figli: Adriana di 25 anni e Michelangelo
di 20 -. “Ricordo quel 29 maggio del
‘76: Michelangelo è stato visto alla fermata di un autobus insieme a un amico...Da
allora nessuno l’ha ritrovato, né in un campo di concentramento, né in un fossato.
A scuola era il migliore, aveva ricevuto un viaggi-premio in Italia ed era appena
tornato, era allegro. Parlava spagnolo e italiano, come tutti noi.
“Adriana? Era di domenica, la ricordo sulla porta della
chiesa, all’ uscita da messa, indossava un tailleur azzurro. La stavo guardando
e all’improvviso due sconosciuti le si avvicinano, la caricano in un’auto e
scompaiono. Ho chiesto a tanta gente, ho bussato a tante porte. Nessuno ha saputo
dirmi cos’è accaduto ai miei figli. Purtroppo nessuno di loro ha avuto sepoltura.
” Angela Paolin Boitano è di origine veneta: i genitori sono nati ad Oderzo, in provincia
di Treviso, emigrati per necessità come tanti, in Sud America; la madre casalinga,
il padre operaio.
“Questa dittatura ha tolto di mezzo un’intera generazione”
afferma. All’inizio il nuovo governo era stata accolta con favore da cittadini
argentini. Ma quando si accorsero di aver sbagliato era troppo tardi:
il clima di terrore si era diffuso in tutto il paese.
L’eliminazione
fisica dei dissidenti non risparmiò neppure le donne gravide. Tante di loro
vennero torturate, fatte partorire e poi ammazzate, e i loro figli adottati dai militari. Accanto alle madri lottano
dunque anche le abuelas, le nonne,
inarrestabili nella ricerca dei loro nipoti.
Alcune di loro sono riuscite a rintracciarli, a riconoscerli attraverso l‘analisi
del DNA e a riportarli a casa.
Grazie alla tenacia delle madri italiane, il processo
ai militari argentini è stato avviato nell’85 a Roma e dopo molti rinvii e molte
udienze dolorose, la prima condanna è arrivata il 6 dicembre 2000: ergastolo
ai generali Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros, 25 anni per altri
torturatori…Dei due ergastolani, il primo è morto in carcere, il secondo è agli
arresti domiciliari in Argentina.
Vera, che è giornalista, ha scritto libri di memoria
storica, fra cui “Il silenzio infranto”
sui desaparecidos argentini, pubblicato in Italia da Zamorani. Con Angela appartiene
alla fondazione “Memoria” , perché il ricordo è l’unica forza che ha dato a
queste donne la voglia di lottare contro le ingiustizie, di denunciare i soprusi
e non arrendersi, prima di poter avere almeno una tomba per seppellire i resti
dei loro cari. (Francesca Massarotto-Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana
per l’estero/Inform)