INTERVENTI
Giorgio Mauro: “Come alimentare l’impegno dei diciotto eletti
all’estero a favore delle comunità italiane”
AMSTERDAM - Con la nomina di Franco Danieli a Vice Ministro
con delega degli Italiani all’estero si concludono le attese, spesso nervose
e polemiche sugli sviluppi della tornata elettorale e nel contempo echeggia
forte il timbro della domanda più ovvia: quali saranno gli spazi di lavoro concessi
in Parlamento ai diciotto da noi eletti ed ai quali ribadiamo con stima ed affetto
il nostro sincero augurio di proficue attività?
La domanda non è nuova e per tempo è rimbalzata nei giornali
e nelle agenzie ma senza particolari approfondimenti. Però qualcosa è stato
messo in fila. Per esempio che non paghiamo le tasse in Italia e che visto che
il Parlamento decide per il novantanove per cento su questioni economiche e
finanziarie che toccano le tasche dei residenti, lo spazio per interventi istituzionali
del Parlamento a favore degli italiani all’estero è proprio pochino.
Ma questo lo sapevamo anche prima e ci confortava la
pari dignità a partecipare che ci hanno dato le modifiche alla Costituzione
e poi la legge elettorale. E poi quelli di noi che hanno al paesello anche un
residuo di appezzamento di terreno le tasse in Italia le pagano. E che dire
delle rimesse, delle vacanze, dei rimpatri di pensionati con reddito, dell’indiscutibile
sostegno che all’estero diamo ogni giorno al prodotto italiano?
Il fatto ineluttabile è che paghiamo le tasse all’estero e che i Parlamenti
dei paesi di residenza legiferano per migliorare anche la nostra posizione oltre
a quella degli alloctoni. Pescare contemporaneamente in due stagni non è lecito,
vien detto.
La legge elettorale non l’abbiamo fatta di certo noi.
Ce la siamo ritrovata come il risultato di una mediazione cosmica al limite
dell’impossibile, dove ad esempio le «garanzie» che per cinquant’anni hanno
ritardato il percorso del diritto di voto in loco, si sono sciolte come neve
al sole e non hanno frapposto più ostacoli di sorta. Abbiamo chiesto partecipazione
e l’abbiamo avuta anche se il prodotto finale - invero unico al mondo - ha fatto
corrugare la fronte a parecchi di noi.
Il periodo di avvicinamento al voto è stato denso di
promesse. I più impegnati tra di noi hanno comunicato alle rispettive comunità
i nuovi orizzonti di partecipazione e quindi di civiltà aperti dal diritto di
voto in loco. Ora la gente aspetta.
E adesso?
Oggi, per lo meno nelle intenzioni, appare ampio per
i diciotto lo spazio per far conoscere ai residenti in Italia la realtà dei
milioni di italiani all’estero che è balzata all’attenzione della grande maggioranza
della gente durante la conta dei risultati elettorali. Ampio è lo spazio per
rivendicare interventi assistenziali per i connazionali in aree depresse in
varie parti del mondo; l’assistenza non è un diritto ed anche se aiuta gente
che ha veramente poco non può essere assicurata nel tempo così come succede
per una pensione di vecchiaia. Ampio per i diciotto appare anche lo spazio per
rafforzare i rispettivi network attraverso contatti ed interscambi. Interessante
appare lo spazio per rafforzare il collegamento delle regioni con i propri corregionali
all’ estero.
Meno spazio – ma pare ovvio a tutti – offrono il settore
previdenziale e quello culturale dove Parlamento e Stato già assicurano il possibile
ed in un clima economico come l’attuale anche il compito di riproporre sostegni
alla rete consolare potrebbe finire con un buco nell’acqua. Mi fermo qui ma
certo c’è dell’ altro ed ognuno potrà aggiungerne di suo.
Di contro, la cosa che emerge con vigore è che vanno
date risposte a chi ha dato il voto ai manifesti dei diciotto e che noi abbiamo
contribuito a diffondere. C’è un nuovo oggi che adesso è in attesa di iniziative
e risposte concrete. I bisogni delle comunità all’estero restano molti e per i diciotto va trovato uno spazio esecutivo
che impegni i partiti ad agire anche contro le perplessità dei più. Noi dobbiamo
andare avanti sulla nostra strada, quella dei cinquant’anni di richieste di
partecipazione ed operare perché il prodotto del lavoro dei nostri parlamentari
eletti all’estero sia di risposta alle istanze delle comunità che li hanno scelti.
Per noi sarebbe come rinnegare la nostra storia se li lasciassimo nelle mani
dei partiti o delle lobby romane. Ma come far giungere loro istanze e proposte
con la forza della coralità? Gli strumenti di potenziale stimolo che le nostre
comunità hanno per coordinare ed indirizzare iniziative da loro volute si chiamano
COMITES e CGIE, la nostra scala di organi partecipativi a titolo consultivo.
I due organismi hanno dimostrato un potenziale politico
eccezionale. Il voto è il risultato di una richiesta nostra, unitaria e condivisa
da tutti noi di qualsiasi colore o credenza. Proposte di intervento – poi finalizzate
con successo - su partecipazione, scuola, formazione professionale, assistenza,
cultura e quant’altro sono giunti al CGIE dai COMITES fin dall’inizio. E’ stato
fondamentale anche il ruolo delle associazioni quasi sempre coinvolte nelle
attività sia dei COMITES che del CGIE.
E’ tempo che nasca un serio comitato di coordinamento
dei Comites nel mondo per far giungere ai diciotto proposte corali. Che cioè
mantenga i contatti con i Comitati, ne solleciti le iniziative e ne coordini
le proposte in modo da impegnare i diciotto nel lavoro per il quale sono stati
eletti in aggiunta a quello chiesto dalle rispettive scuderie.
Un’ipotesi del genere, cioè un coordinamento di questo
tipo, non è impossibile. Lo strumento centrale di coordinamento è il CGIE e
le fasi operative vanno affidate ad un’apposita Commissione tematica già da
una delle prossime assemblee per dar vita ad uno strumento di lavoro nuovo ma
attuale, rappresentativo e dotato di funzionalità.
Ormai i diciotto li abbiamo. Dobbiamo riuscire ad alimentare
il loro impegno in Parlamento su temi aggiornati provenienti dalla Circoscrizione
Estero. (Giorgio Mauro, CGIE Paesi Bassi/Inform)