STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
“A
modo mio” di Silvana Mangione su “Gente d’Italia”
Chi ha paura del lupo cattivo? E dei suoi
lupacchiotti?
NEW YORK - Con le luci dei riflettori puntate sui diciotto «magnifici», eletti al Parlamento, ci si sta opportunamente dimenticando l’esistenza delle altre rappresentanze democratiche degli italiani all’estero. Sarebbe come dire che il giorno dopo le consultazioni politiche si cancellano i consigli comunali e le assemblee delle Regioni italiane: «tanto c’è il Parlamento». Errore. Grave errore. E sintomo di grossa miopia. O, per dirla più elegantemente, di scarsa lungimiranza, di mancanza di immaginazione e di pianificazione del futuro. Presto ricadrà a terra il polverone di contestazioni, accuse e contro accuse, illazioni, dubbi e scenari apocalittici di cospirazioni da fantapolitica – molti dei quali artificiosamente sollevati per delegittimare le elezioni appena trascorse o per pilotare le prossime consultazioni amministrative in Italia. Allora gli italiani all’estero si sveglieranno in un’aurora rosea costellata di nubi nerissime: che fare di Com.It.Es. e CGIE? Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è sempre più convinto della necessità di potenziare i Com.It.Es., di disegnare e far approvare una seria modifica alla loro legge istitutiva, che consenta maggiore autonomia di gestione e conferisca maggiori poteri di suggerimento e vigilanza. L’altra faccia della medaglia non sembra invece altrettanto gradevole alla voglia di potere di alcuni Com.It.Es., in particolare di quelli eletti con poche centinaia di voti, con una lista unica, in circoscrizioni consolari enormi. «Cancelliamo il CGIE», dicono costoro «e destiniamo ai Com.It.Es. i soldi del loro bilancio»! Ipotesi certamente del tutto altruistica, non vi pare? L’idea è che tutti i Com.It.Es. del mondo dovrebbero rivolgersi direttamente ai diciotto «magnifici» per portare avanti le istanze puramente locali di quasi centotrenta momenti di rappresentanza di base, costituiti in aeree omologhe quanto possono esserlo la Russia e il Brasile, la Spagna e l’Australia. Questo progetto ovviamente prevede che i diciotto «magnifici» abbiano il tempo di leggere ogni giorno le lamentele della maggioranza e le controlamentele della minoranza interna (c’è sempre una minoranza interna rumorosa e distruttiva) di ognuno dei quasi centotrenta Com.It.Es. del globo terracqueo e che possano intervenire per correggere i problemi locali. Ridicolo, no? I diciotto eletti al Parlamento devono occuparsi delle leggi che riguardano i problemi di tutti, non la mancanza di correttezza di questo o quel corrispondente consolare oppure il mancato invito ad un incontro organizzato dal Console per gli scienziati atomici di una specifica circoscrizione.
Faccio un solo esempio: c’è voluto l’intervento della sottoscritta, componente del Comitato di Presidenza del CGIE, affinché nel quadro della ristrutturazione della rete consolare in USA, S.E. l’ambasciatore accettasse di inserire fra i suggerimenti anche la costituzione di un’agenzia consolare in Connecticut, con personale inviato da Roma. Il CGIE non può essere eliminato. Deve cambiare struttura, composizione, compiti. Intanto, non può più avere le divisioni nelle tre aree continentali previste dal suo assetto attuale: Europa e Nord Africa, America Latina, Paesi Anglofoni Extraeuropei, ma deve essere articolato in quattro grandi regioni, che riproducano le quattro ripartizioni elettorali della circoscrizione estero: Europa, con Russia e Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide. Sulla composizione bisogna avviare un dibattito approfondito per ricondurre a sofferta unitarietà le diverse correnti di pensiero in materia di Consiglieri di nomina governativa. La soluzione si troverà soltanto quando si saranno definite le funzioni del nuovo CGIE. Diamo qualche suggerimento: primo e fondamentale compito sarà quello di approfondire i temi e predisporre articolati di legge nelle materie di particolare importanza per gli italiani all’estero, da fornire ai diciotto affinché le presentino nelle due Camere e ne garantiscano l’iter di approvazione. Il potere contrattuale dei nostri eletti al Parlamento non soltanto esiste, ma anche, data la situazione di fatto, è diventato imprescindibile. Finalmente di noi si parla, nel bene e nel male, ma si parla. Continuamente. Siamo usciti dal silenzio nostalgico nel quale eravamo stati chiusi per decenni. Diamo tanto fastidio che qualcuno ha perfino riesumato, e rovesciato come un calzino, lo slogan dei coloni americani che si ribellarono contro il re d’Inghilterra. Loro dissero: «No taxation without representation», vale a dire: «Niente tasse senza rappresentanza diretta» (e non il contrario, come qualche politico vorrebbe far credere in Italia). Bene, noi abbiamo sempre pagato e continuiamo a pagare le tasse in Italia su tutto quello che possediamo di immobile o di mobile, che produca reddito, e finora non abbiamo avuto rappresentanza diretta al Parlamento, con pesante infrazione dei princìpi costituzionali del suffragio universale, della garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, della pari dignità sociale, della rimozione degli ostacoli di ordine economico, che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica del Paese. Per non aggiungere che, pur pagando tasse in Italia, non ne riceviamo i servizi, che ci fornisce invece il paese di residenza, al quale anche paghiamo tasse.
In poche parole, fin adesso: «spremuti e mazziati». Tutti gli altri compiti del CGIE esistono già nella sua legge istitutiva: i poteri conoscitivo, consultivo, programmatico e propositivo già sono previsti. Si tratta soltanto di definirli meglio e di mettere il CGIE in condizioni di svolgere appieno il suo lavoro, in autonomia gestionale. (Silvana Mangione, CdP del CGIE- Gente d’Italia/Inform)