INFORM - N. 104 - 24 maggio 2006
  

QUIRINALE

Il Presidente Giorgio Napolitano intervistato dal settimanale francese “L’Express”

“Il clima deve cambiare nel Parlamento e nel Paese”

 

ROMA – Pensavo “di essere troppo anziano per rivestire questa carica”, confessa Giorgio Napolitano al settimanale francese l’Express, in edicola oggi. E allora? “Non potevo rifiutare”, quando ho visto il mio Paese così spaccato e ho capito che “la mia candidatura veniva accolta meglio di quella di qualcuno più giovane e più ‘politico’ di me”.

Bisogna “rilassare” l’Italia, “superare l’interpretazione accanita della bipolarismo e del principio maggioritario”, dice ancora Napolitano. Il nostro Paese “deve” saper sormontare la sue divisioni, “e può farlo basandosi sui valori costituzionali”. In questi anni, sostiene Napolitano “il bipolarismo è stato concepito come un sistema nel quale chi ha la maggioranza è onnipotente. Questo significa guerra totale, incomunicabilità assoluta, nessun impegno comune. Ora, a mio avviso, il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza. Esiste un altro concetto, più civile, di rispetto tra le coalizioni presenti, malgrado le loro differenze. Il clima deve cambiare nel Parlamento e nel Paese”.

Riportiamo di seguito l’intervista rilasciata dal Capo dello Stato a l’Express.

Lei capisce che l’elezione di un ex comunista a capo dell’Italia possa sorprendere ?

Capisco che mi si presenti così ma non è stato essenziale nella percezione della mia candidatura. La cosa più importante è stato il mio percorso nelle istituzioni. Da quasi 15 anni non partecipo più attivamente alla politica di qualsivoglia partito. Nel 1992 sono stato eletto Presidente della Camera dei Deputati e il mio ruolo è completamente cambiato. Successivamente, sono stato Ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, esercitando un ruolo che, credo, non fosse di parte. E’ stata mia costante preoccupazione avere un dialogo con l’opposizione, in particolare sui temi che richiedevano la più ampia convergenza possibile, quali la lotta alla criminalità e la politica sull’immigrazione. Infine, dal 1999 al 2004, ho presieduto la commissione costituzionale del Parlamento europeo. Tutto ciò ha cambiato molto la mia immagine.

Il soprannome di “Principe rosso” La infastidisce?

Forse è un modo di sottolineare che ho un certo stile. Un amico socialista spagnolo un giorno mi ha definito “Cardinale rosso”. Vede, ancora quel colore! Dopo tutto, non è così spaventoso! Ancora una volta, la mia evoluzione verso funzioni istituzionali mi ha dato un’immagine di imparzialità che è la chiave per capire la mia elezione. A tal proposito, mi rincresce di non aver avuto l’appoggio dell’opposizione per essere eletto da una maggioranza più ampia. Credo che ciò sia stato soprattutto conseguenza di una campagna elettorale molto aspra. Silvio Berlusconi non ha contestato la qualità della mia candidatura, ma mi ha fatto capire che non avrebbe potuto sostenerla di fronte al suo elettorato.

Lo stesso Berlusconi e i suoi alleati di destra hanno spesso brandito la “minaccia comunista”. Oggi, questo Le pone un problema?

No. Le molte testimonianze ricevute prima e dopo la mia elezione dimostrano che tali argomenti di un’altra epoca non hanno avuto incidenza sull’opinione pubblica. La maggior parte delle persone non giudica con diffidenza l’elezione di un ex dirigente del PCI come me.

Un dirigente che è sempre passato per un riformista ?

Di fatto ero già, trent’anni fa, un socialdemocratico. E, soprattutto, ho fatto del mio meglio per favorire l’evoluzione del PCI affinché si trasformasse in un partito dell’Internazionale socialista. A tal proposito, ho incontrato molte difficoltà ma ciò non mi ha impedito di continuare su quella via. A partire dalla metà degli anni Settanta, ho dialogato molto con i socialisti europei, in particolare britannici, francesi, tedeschi. Le nostre differenze con i comunisti francesi erano profonde. Questi ultimi hanno sempre considerato il nostro partito troppo liberale, non abbastanza rivoluzionario. Di fatto, eravamo più vicini ai socialisti. Il mio migliore amico francese è Jacques Delors; da molti anni ho altresì ottimi rapporti con Lionel Jospin, con François Hollande e con Dominique Strass-Kahn.

Come può l’Italia superare le sue divisioni ?

L’Italia deve farlo e può farlo, fondandosi sui suoi valori costituzionali. Come abbiamo visto in questi ultimi anni, il bipolarismo è stato concepito come un sistema nel quale chi ha la maggioranza è onnipotente. Ciò significa la guerra totale, l’incomunicabilità assoluta, nessun impegno comune. Ora, a mio avviso, il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza. Esiste un’altra concezione, più civile, di rispetto tra le coalizioni avverse, malgrado le differenze. Il clima deve cambiare. In Parlamento e nel Paese.

Si è molto deteriorato ?

Vede, ho smesso di essere deputato nel 1996 e sono tornato in Parlamento soltanto nel 2005, diventando senatore a vita. Al mio ritorno, sono stato molto impressionato dal cambiamento di clima. Non era più il Parlamento in cui avevo lavorato per 38 anni ! Nessuno ascoltava l’altro. Un vero dialogo tra sordi. La maggioranza mancava di spirito di apertura, non cercava di capire gli argomenti dell’opposizione. Dal canto suo, quest’ultima non voleva sentire nulla, tenuto conto dell’atteggiamento perentorio della maggioranza. Era veramente molto negativo, sia per i diritti dell’opposizione che per il Parlamento stesso, indebolito nelle sue prerogative. Anche il Paese ne ha risentito. Mai abbiamo avuto un tale clima di scontro. A tratti, con odio. Il mio obiettivo è favorire il disgelo, fare in modo che ci si parli, che ci si ascolti, che ci si contrapponga in modo corretto e ragionevole.

Che parte di responsabilità ha avuto Berlusconi in questo clima ?

Non intendo dare giudizi su Berlusconi.

E cosa può fare un Presidente come Lei ?

I poteri (del Presidente) sono diversi in Francia e in Italia. Da noi, un Presidente non può dettare scelte politiche. Soltanto dare un impulso, orientamenti molto generali, far prova di persuasione presso le forze politiche. Oggi, occorre distendere l’Italia, superare la feroce interpretazione del bipolarismo e del principio maggioritario.

L’età fa di Lei un “saggio” agli occhi dei suoi connazionali ?

Francamente, anche se pensavo di essere troppo anziano per occupare un simile ruolo, vedendo lo stato di divisione del paese e il fatto che si sia potuta capire meglio la mia candidatura invece di quella di qualcun altro più giovane e più “politico” (Massimo D’Alema, 57 anni, ndr), non potevo rifiutare. L’opinione pubblica italiana apprezza un certo distacco che può anche essere, ma non spetta a me dirlo, una certa “saggezza”. In Italia, non abbiamo un sistema presidenziale ma parlamentare, con questa figura “neutra” o, come dicono i costituzionalisti, questo “potere neutro”. Siamo in un paese che non ha sovrano. E, in una Repubblica, non avere una sorta di figura di “garante” può essere un punto debole.

Lei ha detto che sarà il Presidente di “tutti gli Italiani”. Ma, a suo avviso, c’è una sola Italia ? Non esistono dei paesi diversi secondo le diverse regioni ?

E’ un’altra questione: in particolare, quella del Mezzogiorno. In Italia sono sempre esistite condizioni economiche, sociali, culturali diverse. In alcuni momenti, tali differenze sono diminuite, per poi diventare di nuovo più marcate. Nel Meridione ci sono ancora ritardi. E’ un problema grave per il quale il governo deve cercare rimedi. Ma questo non ha mai dato vita al sentimento di essere “stranieri”, tra italiani del Nord e italiani del Sud. Anche se la Lega Nord ha tentato di acuire questa situazione in modo soggettivo, col suo vecchio progetto secessionista, non c’è né divisione generalizzata né risentimento.

L’Italia si è allontanata dall’Europa in questi ultimi anni ?

Il centro-sinistra ha spesso criticato il governo precedente su questo punto. E’ vero che non si è avuta la sensazione di un impegno davvero coerente da parte del governo sul terreno europeo. Anche se l’Italia è stata tra i primi paesi a ratificare il Trattato costituzionale questo non basta. Nella tradizione italiana, c’è sempre stato un equilibrio tra l’impegno europeo e le relazioni amichevoli con gli Stati Uniti. Ma l’Europa deve tornare ad essere la priorità.

Lei è d’accordo con Fritz Bolkenstein quando dice che l’Italia è “il malato d’Europa” ?

Questa diagnosi mi sembra piuttosto parziale. Certo, abbiamo dei problemi, in particolar modo il peso terribile del debito pubblico e le debolezze del nostro sistema produttivo, ma per quanto riguarda la competitività e l’ammodernamento dello stato sociale, le impasses dell’economia italiana sono simili a quelle dell’economia francese e tedesca.

La coalizione di centro-sinistra di Romano Prodi non è troppo fragile per raccogliere queste sfide?

Prodi deve fare del suo meglio per superare queste fragilità e governare. Una delle sue qualità è la pazienza. E ha la capacità di unire, cosa che è forse il suo principale atout in questa situazione. Penso che abbia buone possibilità di riuscire. (dichiarazioni raccolte da Philippe Broussard, Vanja Luksic e Paola Genone- l’Express)

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