QUIRINALE
Il Presidente Giorgio Napolitano intervistato dal settimanale francese “L’Express”
“Il clima deve cambiare nel Parlamento
e nel Paese”
ROMA – Pensavo “di essere troppo anziano per rivestire questa carica”, confessa Giorgio Napolitano al settimanale francese l’Express, in edicola oggi. E allora? “Non potevo rifiutare”, quando ho visto il mio Paese così spaccato e ho capito che “la mia candidatura veniva accolta meglio di quella di qualcuno più giovane e più ‘politico’ di me”.
Bisogna “rilassare” l’Italia, “superare l’interpretazione accanita della bipolarismo e del principio maggioritario”, dice ancora Napolitano. Il nostro Paese “deve” saper sormontare la sue divisioni, “e può farlo basandosi sui valori costituzionali”. In questi anni, sostiene Napolitano “il bipolarismo è stato concepito come un sistema nel quale chi ha la maggioranza è onnipotente. Questo significa guerra totale, incomunicabilità assoluta, nessun impegno comune. Ora, a mio avviso, il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza. Esiste un altro concetto, più civile, di rispetto tra le coalizioni presenti, malgrado le loro differenze. Il clima deve cambiare nel Parlamento e nel Paese”.
Riportiamo di seguito l’intervista
rilasciata dal Capo dello Stato a l’Express.
Lei
capisce che l’elezione di un ex comunista a capo dell’Italia possa sorprendere ?
Capisco che mi
si presenti così ma non è stato essenziale nella percezione della mia candidatura.
La cosa più importante è stato il mio percorso nelle istituzioni. Da quasi 15 anni non partecipo più attivamente alla politica di qualsivoglia
partito. Nel 1992 sono stato eletto Presidente della Camera dei Deputati
e il mio ruolo è completamente cambiato. Successivamente,
sono stato Ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, esercitando un ruolo
che, credo, non fosse di parte. E’ stata mia costante preoccupazione avere un
dialogo con l’opposizione, in particolare sui temi che richiedevano la più ampia convergenza possibile, quali la lotta alla criminalità
e la politica sull’immigrazione. Infine, dal 1999 al 2004, ho presieduto la
commissione costituzionale del Parlamento europeo. Tutto ciò ha cambiato molto
la mia immagine.
Il soprannome
di “Principe rosso” La infastidisce?
Forse è un modo
di sottolineare che ho un certo stile. Un amico socialista
spagnolo un giorno mi ha definito “Cardinale rosso”. Vede, ancora quel colore!
Dopo tutto, non è così spaventoso! Ancora una volta,
la mia evoluzione verso funzioni istituzionali mi ha dato un’immagine di
imparzialità che è la chiave per capire la mia elezione. A tal proposito,
mi rincresce di non aver avuto l’appoggio dell’opposizione per essere eletto
da una maggioranza più ampia. Credo che ciò sia stato soprattutto conseguenza
di una campagna elettorale molto aspra. Silvio Berlusconi non ha contestato la qualità della mia candidatura,
ma mi ha fatto capire che non avrebbe potuto sostenerla di fronte al suo elettorato.
Lo stesso
Berlusconi e i suoi alleati di destra hanno spesso
brandito la “minaccia comunista”. Oggi, questo Le pone un problema?
No. Le molte
testimonianze ricevute prima e dopo la mia elezione dimostrano
che tali argomenti di un’altra epoca non hanno avuto incidenza sull’opinione
pubblica. La maggior parte delle persone non giudica con diffidenza l’elezione
di un ex dirigente del PCI come me.
Un dirigente
che è sempre passato per un riformista ?
Di fatto ero
già, trent’anni fa, un socialdemocratico. E, soprattutto, ho fatto del mio meglio per favorire l’evoluzione
del PCI affinché si trasformasse in un partito dell’Internazionale socialista.
A tal proposito, ho incontrato molte difficoltà ma ciò non mi ha impedito di
continuare su quella via. A partire dalla metà degli anni Settanta, ho dialogato
molto con i socialisti europei, in particolare britannici,
francesi, tedeschi. Le nostre differenze con i comunisti francesi erano
profonde. Questi ultimi hanno sempre considerato il nostro partito troppo liberale,
non abbastanza rivoluzionario. Di fatto, eravamo più vicini ai socialisti. Il
mio migliore amico francese è Jacques Delors;
da molti anni ho altresì ottimi rapporti con Lionel Jospin, con François Hollande e con Dominique Strass-Kahn.
Come
può l’Italia superare le sue divisioni ?
L’Italia deve
farlo e può farlo, fondandosi sui suoi valori costituzionali. Come abbiamo visto in questi ultimi anni, il bipolarismo è stato
concepito come un sistema nel quale chi ha la maggioranza è onnipotente. Ciò
significa la guerra totale, l’incomunicabilità assoluta, nessun impegno comune.
Ora, a mio avviso, il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza.
Esiste un’altra concezione, più civile, di rispetto tra le coalizioni avverse, malgrado le differenze. Il clima deve cambiare.
In Parlamento e nel Paese.
Si è
molto deteriorato ?
Vede, ho smesso
di essere deputato nel 1996 e sono tornato in Parlamento soltanto nel 2005,
diventando senatore a vita. Al mio ritorno, sono stato molto impressionato dal
cambiamento di clima. Non era più il Parlamento in cui avevo lavorato per 38
anni ! Nessuno ascoltava l’altro. Un vero dialogo tra
sordi. La maggioranza mancava di spirito di apertura,
non cercava di capire gli argomenti dell’opposizione. Dal canto suo, quest’ultima non voleva sentire nulla,
tenuto conto dell’atteggiamento perentorio della maggioranza. Era veramente
molto negativo, sia per i diritti dell’opposizione che per il Parlamento stesso,
indebolito nelle sue prerogative. Anche il Paese ne
ha risentito. Mai abbiamo avuto un tale clima di scontro. A tratti, con odio.
Il mio obiettivo è favorire il disgelo, fare in modo che ci si parli, che ci
si ascolti, che ci si contrapponga in modo corretto e ragionevole.
Che
parte di responsabilità ha avuto Berlusconi in questo
clima ?
Non intendo dare
giudizi su Berlusconi.
E cosa
può fare un Presidente come Lei ?
I poteri (del
Presidente) sono diversi in Francia e in Italia. Da noi, un Presidente non può
dettare scelte politiche. Soltanto dare un impulso, orientamenti
molto generali, far prova di persuasione presso le forze politiche. Oggi,
occorre distendere l’Italia, superare la feroce interpretazione del bipolarismo
e del principio maggioritario.
L’età
fa di Lei un “saggio” agli occhi dei suoi connazionali ?
Francamente,
anche se pensavo di essere troppo anziano per occupare
un simile ruolo, vedendo lo stato di divisione del paese e il fatto che si sia
potuta capire meglio la mia candidatura invece di quella di qualcun altro più
giovane e più “politico” (Massimo D’Alema, 57 anni,
ndr), non potevo rifiutare. L’opinione pubblica italiana apprezza
un certo distacco che può anche essere, ma non spetta a me dirlo, una certa
“saggezza”. In Italia, non abbiamo un sistema presidenziale ma parlamentare,
con questa figura “neutra” o, come dicono i costituzionalisti, questo “potere
neutro”. Siamo in un paese che non ha sovrano. E, in una Repubblica, non avere una sorta di figura di “garante”
può essere un punto debole.
Lei
ha detto che sarà il Presidente di “tutti gli Italiani”. Ma, a suo avviso, c’è
una sola Italia ? Non esistono dei paesi diversi secondo
le diverse regioni ?
E’ un’altra questione:
in particolare, quella del Mezzogiorno. In Italia sono sempre esistite condizioni
economiche, sociali, culturali diverse. In alcuni momenti, tali differenze sono
diminuite, per poi diventare di nuovo più marcate. Nel Meridione ci sono ancora
ritardi. E’ un problema grave per il quale il governo deve cercare rimedi. Ma
questo non ha mai dato vita al sentimento di essere “stranieri”, tra italiani del Nord e italiani del
Sud. Anche se la Lega Nord ha tentato di acuire questa
situazione in modo soggettivo, col suo vecchio progetto secessionista, non c’è
né divisione generalizzata né risentimento.
L’Italia
si è allontanata dall’Europa in questi ultimi anni ?
Il centro-sinistra
ha spesso criticato il governo precedente su questo punto. E’ vero che non si
è avuta la sensazione di un impegno davvero coerente da parte del governo sul
terreno europeo. Anche se l’Italia è stata tra i primi paesi a ratificare il
Trattato costituzionale questo non basta. Nella tradizione
italiana, c’è sempre stato un equilibrio tra l’impegno europeo e le relazioni
amichevoli con gli Stati Uniti. Ma l’Europa deve tornare
ad essere la priorità.
Lei
è d’accordo con Fritz Bolkenstein
quando dice che l’Italia è “il malato d’Europa” ?
Questa diagnosi
mi sembra piuttosto parziale. Certo, abbiamo dei problemi, in particolar modo
il peso terribile del debito pubblico e le debolezze del nostro sistema produttivo,
ma per quanto riguarda la competitività e l’ammodernamento dello stato sociale,
le impasses dell’economia italiana sono
simili a quelle dell’economia francese e tedesca.
La coalizione di centro-sinistra di Romano Prodi non è troppo
fragile per raccogliere queste sfide?
Prodi deve fare del suo meglio per superare queste fragilità e governare.
Una delle sue qualità è la pazienza. E ha la capacità
di unire, cosa che è forse il suo principale atout in questa situazione. Penso
che abbia buone possibilità di riuscire. (dichiarazioni raccolte da Philippe
Broussard, Vanja Luksic
e Paola Genone- l’Express)
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