ITALIANI ALL’ESTERO
“Tribuna
Italiana” intervista il senatore Luigi Pallaro (Associazioni
Italiane in Sud America)
“Inizia la battaglia per la pensione sociale”
Abbiamo già cominciato a lavorare, ma i risultati non
arriveranno dalla mattina alla sera. Impegno immediato anche per quanto riguarda
la rete consolare
BUENOS AIRES
- Domenica è ritornato in Argentina il senatore Luigi Pallaro,
parlamentare eletto nell’America Meridionale, per rappresentare a Palazzo Madama
gli italiani residenti nell’America del Sud.
Appena il tempo
per lasciare le valigie e ci ha ricevuto a casa sua, per parlare di questa nuova
esperienza nella sua vita, certamente ricca di cose da raccontare.
Lo si vede tranquillo, sorridente e felice per i primi giorni
da senatore della Repubblica Italiana. Una esperienza
che, a causa dei risultati elettorali che lo hanno collocato praticamente come
ago della bilancia in uno dei rami del Parlamento, gli ha provocato una popolarità
inattesa, un’attenzione da parte del pubblico e dei media, che non erano prevedibili
prima delle elezioni. “La gente mi salutava, mi fermava
per la strada - dice sorridente -. All’uscita del Senato i giornalisti mi venivano
incontro tutti a farmi domande. E ci stavo, perché in definitiva questa popolarità
ci aiuterà a far parlare di noi, perché ci conoscano di più, perché sappiano che ci siamo”. “Ecco - continua
ancora - ho capito la differenza che c’è tra il ricevere un onorevole che viene
a visitarci e il fatto che uno di noi stia al Parlamento”.
“Quando un deputato o un senatore veniva da noi,
anche se stava vari giorni, poi, rientrato a Roma, presto dimenticava quello
che gli avevamo detto, perché impegnato con altre questioni.
Invece noi, abbiamo la possibilità di parlare sempre delle nostre problematiche,
dei nostri progetti, della realtà delle comunità italiana
dell’America del Sud”.
Ci diceva
della popolarità acquisita...
Certo, la mia fotografia è stata pubblicata da tutti i giornali,
ci hanno visto alla televisione. Naturalmente non tutti ci guardano con simpatia.
Un giorno ho preso un tassì e l’autista mi ha subito riconosciuto e mi ha detto:
“Ah, lei è quello che viene dal Sudamerica. E perché
lei deve decidere per noi?” Allora gli ho spiegato
che italiani siamo tutti, che abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri per
questo è giusto che anche chi risiede all’estero possa far sentire la sua voce
in Parlamento.
Forse
c’è chi la pensa come il tassista e per questo ci sono articoli come quello
di Beppe Severgnini che in sostanza reclama che siano
messe delle condizioni, come ad esempio il saper parlare l’italiano, per poter
acquisire la cittadinanza italiana.
Questo se vogliono
che lo chiedano a chi non è discendente di italiani,
ma non a nostri figli e nipoti. Come potrebbero imparare
l’italiano se l’Italia non si è mai occupata di insegnarlo ai nostri discendenti!
Mi hanno detto che in Argentina ci sono 90mila persone che studiano l’italiano.
Certo, studiano nella Cristoforo Colombo, nella Scuola
di Olivos, in altre scuole, nei Comitati della Dante.
Ma tutte queste sono cose cha abbiamo fatto noi. L’Italia
cosa ha fatto? Non devono mettere nessuna condizione perché i discendenti possano
avere la nostra cittadinanza. Non devono avere paura, non emigreranno in Italia,
non vogliamo che emigrino in Italia. Questa, l’Argentina, è il loro Paese. Per
l’Italia sono una ricchezza, un’occasione per scambi culturali, commerciali
ad ogni livello. Non siamo una colonia come sono i Paesi ai quali la
Francia vuole trasmettere la cittadinanza, con certe condizioni. Non
siamo gli Stati Uniti, dove vogliono imporre l’inglese a tutti per avere la
cittadinanza. Noi siamo diversi dagli altri, perché è diversa la storia dell’Italia.
Non siamo delle colonie. Siamo il frutto di una storia di decenni di
emigrazione, di gente che ha costituito le proprie famiglie in tanti
paesi di accoglienza. Ora tutti quei discendenti sono una ricchezza, un’occasione
per l’Italia. Nessuna condizione, anzi. Faremo una battaglia perché le pratiche
di cittadinanza si facciano subito. Non può essere che si debba aspettare anni
ed anni.
Quindi una delle priorità sarà l’agevolazione delle
pratiche di cittadinanza.?
Non solo.Abbiamo incontrato quasi tutti gli esponenti politici, sia
di centrosinistra che di centrodestra. In particolare durante l’incontro con
Prodi, ho lasciato un documento di quindici pagine con le proposte della nostra
lista, per gli italiani all’estero. Mi ha assicurato che molte delle richieste
coincidono con quanto intende fare. Ho fatto notare ad esempio, che per quanto
riguarda la questione dei Consolati e dell’assistenza, le entrate che hanno per le tasse che paghiamo
per i passaporti, superano quanto spendono per l’assistenza. Prodi mi ha detto che anch’egli aveva lo stesso dato.
Ci sono quindi
molte cose che si possono fare senza stravolgere il bilancio. Noi l’abbiamo
detto spesso. Non siamo andati in Italia per far cadere i governi, ma per contribuire
alla loro stabilità. Vogliamo però che le nostre richieste vengano prese in considerazione. E
la prima riguarda la pensione sociale, l’assegno sociale o di solidarietà o come vogliamo chiamarlo.
Anche in questo caso ho fatto notare che con la regione Veneto avevamo
chiesto un piano di intervento sanitario in favore
di mille corregionali. Poi alla fine sono stati seicento, perché altri non c’erano. Immagino che la stessa
situazione si ripeterà anche con i connazionali delle altre Regioni e negli
altri Paesi dell’America del Sud, per cui è un fenomeno
limitato che può essere risolto senza creare grandi problemi. Ci stiamo occupando
di questo problema, abbiamo già dato i primi passi e sarà la prima battaglia
sulla quale ci impegneremo.
La seconda riguarda
la rete consolare. Non possiamo continuare così. Si tratta di una struttura
creata quando l’Italia voleva tagliare ogni rapporto con chi emigrava. Oggi
invece sono chiamati a svolgere un lavoro sempre più impegnativo, sempre più
vasto per cui vanno messi subito nella condizione di
poter affrontare il lavoro che devono svolgere.
Ha parlato
dell’incontro con Prodi. Poi ha votato la fiducia al suo governo. Quale il significato
del suo voto?
L’ho detto in
aula. Il nostro voto è stato un contributo di responsabiltà,
per la nascita del governo. Ma non siamo schierati con il governo di Prodi,
non facciamo parte della coalizione di centrosinistra.
Siamo e rimaniamo indipendenti, per cui le nostre posizioni
saranno fissate di volta in volta. D’altra parte va ricordato che, esclusi i
voti dei senatori a vita, il governo ha ottenuto la fiducia per due voti, non
solo il mio, per cui, come hanno ricordato che diceva
Churchill, “mi avanza anche un voto, perché ho uno
in più dei necessari”. E a chi nel centrodestra mi ha rinfacciato la nostra
decisione, ho risposto che non siamo stati noi a modificare la legge elettorale
che ha portato a un risultato così controverso.
E la consultazione al Quirinale?
Il Presidente
della Repubblica è stato molto cortese. Si è alzato per venire a salutarci e
quando mi ha stretto la mano ha ricordato il nostro incontro nel 1978. “A cena
- mi ha detto - eravamo in tre”, ha ricordato. L’altro era Filippo Di Benedetto.
Il Presidente Napolitano ci ha ascoltati con grande interesse e ha ringraziato per le parole
che avevo detto al Senato, sul fatto che sono convinto che sarà un buon Presidente
perché si tratta di una persona equilibrata, intelligente e corretta.
Cosa succede col viceministro
per gli italiani nel mondo? E vero che le hanno offerto di
essere ministro?
Me l’avevano
offerto, perché si diceva che doveva essere uno di noi diciotto eletti all’estero.
Poi Prodi ci ha spiegato che, secondo lui, era meglio invece di un ministro
senza portafoglio, un viceministro che avesse questi
fondi, una persona che potesse lavorare in una struttura come
è la Farnesina. In quelle condizioni nessuno di noi residenti
all’estero aveva l’esperienza per poterlo fare. Per questo, in una successiva
riunione col ministro degli Esteri Massimo D’Alema abbiamo fatto il nome di Franco Danieli, che credo che sia la persona più adeguata per tale
incarico.
Perché è ritornato in Argentina?
Principalmente
per incontrare la comunità italiana al Teatro Coliseo.
Voglio parlare con i connazionali, che sono quelli che ci hanno eletto, per
spiegare cosa abbiamo fatto finora e cosa intendiamo fare in avanti. E oltre alla festa del 2 giugno, anche per incontrare le varie comunità.
Non possiamo dimenticare che ci hanno appoggiato anche i connazionali residenti
in Colombia, in Perú, in Cile, in Uruguay, ecc. Anche
con loro dobbiamo parlare.
C’è
molta attesa. La gente vuol sapere se ci sono già risultati
concreti
Abbiamo già iniziato a fare la strada, ma non è possibile ottenere tutti i risultati dalla mattina alla sera. Il nostro impegno è di lavorare ogni giorno per la nostra comunità, ma per i risultati, per forza, ci vuole un po’ di tempo. (Tribuna Italiana del 24 maggio/Inform)