DIRITTI UMANI
Rapporto Annuale 2006 di
Amnesty International
I poveri e gli svantaggiati della terra pagano il prezzo
della “guerra al terrore”
ROMA - Il quadro del 2005
che emerge dal Rapporto Annuale di Amnesty
International, presentato a Roma dal presidente della
Sezione Italiana dell’associazione, Paolo Pobbiati,
è quello di “un anno pieno di contraddizioni, durante il quale segnali di speranza
per i diritti umani sono stati indeboliti dagli inganni e dalle false promesse
dei governi che hanno più voce in capitolo. L’agenda della sicurezza, promossa
da chi ha potere e privilegio, ha sviato le energie e l’attenzione del mondo
dalle gravi crisi dei diritti umani in corso”.
I governi, da soli e collettivamente
– evidenzia Amnesty - hanno paralizzato le istituzioni
internazionali, dilapidato risorse pubbliche per perseguire obiettivi
di sicurezza limitati e di corto respiro, sacrificato valori in nome
della “guerra al terrore” e chiuso gli occhi di fronte a violazioni dei diritti
umani su scala massiccia. La conseguenza – fa osservare l’organizzazione internazionale
che opera per i diritti umani - è che il mondo ha pagato un prezzo elevato,
in termini di erosione dei principi fondamentali e di enormi danni arrecati
alla vita e al benessere della gente comune.
La discontinua attenzione
e la flebile azione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana si sono dimostrate
pateticamente inadeguate rispetto a quanto occorreva fare nel Darfur, la regione del Sudan in cui sono stati commessi crimini
di guerra e crimini contro l’umanità ad opera di tutte
le parti coinvolte in un conflitto che ha causato migliaia di morti e ha costretto
alla fuga milioni di persone.
“Nel 2005, l’Iraq è affondato
in un vortice di violenza settaria. È questa la dimostrazione che quando le
grandi potenze sono troppo arroganti per rivedere e
mutare le proprie strategie, il prezzo più alto viene pagato dai poveri e da
chi non ha potere: in questo caso donne, uomini e bambini iracheni” – ha denunciato
Pobbiati. “Contemporaneamente, Israele e i Territori
Occupati sono scomparsi dall’agenda internazionale: ciò ha acuito l’angoscia
e la disperazione della popolazione palestinese, da un lato, e le paure di quella
israeliana dall’altro”. La brutalità e l’intensità degli attacchi dei
gruppi armati hanno raggiunto nuovi livelli nel corso del 2005, con un conseguente
alto tributo di vite umane.
“Il terrorismo dei gruppi
armati è ingiustificabile e inaccettabile. I responsabili devono essere portati
di fronte alla giustizia, ma attraverso processi equi e non con la tortura e
le detenzioni segrete – ha sottolineato Pobbiati. “Purtroppo, la crescente brutalità di queste azioni
in ogni parte del mondo ha rappresentato un ulteriore, amaro monito: la ‘guerra
al terrore’ sta fallendo e continuerà a fallire fino
a quando non verrà data precedenza ai diritti umani
e alla sicurezza umana, anziché a interessi di sicurezza nazionale limitati
e di corto respiro”.
Nel corso del 2005, speranze
e frustrazioni sono andate di pari passo. L’anno ha visto in scena una delle più grandi
mobilitazioni della società civile contro la povertà e per la lotta in favore
dei diritti economici e sociali. Il Summit delle Nazioni Unite che ha esaminato
l’attuazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio,
ha mostrato la clamorosa distanza tra gli impegni dichiarati e l’azione concreta.
Ad esempio, a parole i governi hanno sostenuto i diritti delle donne ma nella
realtà non hanno dato seguito agli obiettivi internazionali relativi all’uguale
accesso delle bambine all’educazione. Nel 2005 la richiesta di giustizia ha fatto passi
avanti quando la Corte penale internazionale ha emesso i suoi primi mandati
d’arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Uganda. L’immunità
di cui godevano ex capi di Stato è stata contrastata
in America Latina: Augusto Pinochet è stato posto
agli arresti domiciliari ed è stato eseguito un mandato di cattura internazionale
nei confronti di Alberto Fujimori.
Potenti governi sono stati
chiamati a rendere conto del proprio operato di fronte
a organi di giustizia e istituzioni. La massima corte britannica ha rigettato
il proposito del governo di Londra di usare prove estorte
con la tortura. Il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo hanno aperto inchieste
sul coinvolgimento dell’Europa nel programma Usa di “consegne”, i trasferimenti
illegali di prigionieri in paesi dove avrebbero rischiato di subire torture
o altri abusi.
“Rivelazione dopo rivelazione,
è emerso fino a che punto i governi europei sono stati
complici degli Usa, sfidando il divieto assoluto di tortura e di maltrattamenti
e subappaltando queste pratiche mediante il trasferimento di prigionieri in
paesi come Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Marocco e Siria, noti per praticare
la tortura” - ha accusato Pobbiati. “Purtroppo, anziché
accettare e apprezzare gli sforzi delle corti e dei parlamenti per ristabilire
il rispetto dei principi fondamentali in materia di diritti umani, alcuni governi
hanno cercato di trovare nuovi modi per aggirare i propri obblighi. Il Regno
Unito ha seguito la strada delle ‘assicurazioni diplomatiche’, o garanzie scritte, per poter espellere persone
verso paesi dove sarebbero state a rischio di tortura”.
Nonostante l’opposizione
del presidente Bush, il Congresso Usa ha ribadito il divieto di tortura e di altri maltrattamenti, ma
ha anche gravemente ristretto il diritto dei detenuti di Guantánamo
di ottenere una revisione giudiziaria dei propri casi da parte delle corti federali.
“Così come dobbiamo condannare
nella maniera più assoluta gli attacchi terroristici contro i civili, dobbiamo
respingere le affermazioni dei governi secondo cui il terrore può essere combattuto
con la tortura. Si tratta di affermazioni fuorvianti,
pericolose e sbagliate: come si può spegnere un incendio con la benzina?”, ha
proseguito Pobbiati.
L’uso di un doppio linguaggio
e di doppi standard, da parte delle grandi potenze, è pericoloso – sostiene
l’associazione – perché indebolisce la capacità della comunità internazionale
di affrontare gravi crisi dei diritti umani come quelle in Darfur, Cecenia, Colombia, Afghanistan,
Iran, Uzbekistan e Corea del Nord. Questo atteggiamento consente
agli autori delle violazioni dei diritti umani, in questi e altri paesi, di
continuare ad agire in impunità.
Quando il governo di Londra rimane
muto –prosegue Amnesty - di fronte alla detenzione
arbitraria e ai maltrattamenti a Guantánamo, quando
gli Usa ignorano la proibizione assoluta di tortura, quando i governi europei
tacciono sulle proprie responsabilità in tema di trasferimenti illegali di prigionieri,
razzismo e rifugiati, essi pregiudicano la propria autorità morale di difendere
i diritti umani nel mondo. In un anno in cui hanno speso gran parte del tempo
a parlare di riforme e di composizione dei loro principali organismi, le Nazioni
Unite – denuncia l’organizzazione - non hanno prestato
attenzione al comportamento di due membri-chiave come la Russia e la Cina, che
hanno fatto prevalere i propri limitati interessi economici e politici nei confronti
delle preoccupazioni sui diritti umani a livello nazionale e internazionale.
Nel 2005, coloro su cui, nel Consiglio di Sicurezza
dell’Onu, ricade la maggiore responsabilità di salvaguardare
la sicurezza globale, sono stati i più attivi – denuncia
sempre Amnesty - nel paralizzare questo organismo
e impedirgli di svolgere un’azione efficace in difesa dei diritti umani.
I governi che hanno potere
stanno giocando in modo pericoloso con i diritti umani. Il punteggio ottenuto,
attraverso il proseguimento dei conflitti e il crescendo di violazioni dei diritti
umani, è sotto gli occhi di tutti.
Tuttavia, nel 2005 si è assistito
- rileva Amnesty
- a un mutamento dello stato d’animo dell’opinione
pubblica. La pressione popolare che sta emergendo va usata in modo efficace
per trasformare l’attuale irresponsabilità internazionale in azione concreta
in favore dei diritti umani.
Pobbiati ha concluso
la presentazione del Rapporto Annuale ricordando le principali richieste di
Amnesty International per l’anno
in corso: alle Nazioni Unite e all’Unione Africana, di affrontare il conflitto
e gli abusi dei diritti umani nel Darfur; alle Nazioni
Unite, di avviare i negoziati per un Trattato internazionale che regolamenti
il commercio delle armi, in modo che queste non possano essere usate per commettere
abusi dei diritti umani; all’amministrazione Usa, di chiudere Guantánamo Bay e rendere noti i nomi e i luoghi di detenzione
di tutti i prigionieri della “guerra al terrore”; al nuovo Consiglio Onu
dei diritti umani, di insistere nel pretendere i medesimi standard di rispetto
dei diritti umani da parte di tutti i governi, che si tratti del Darfur o di Guantánamo, della Cecenia o della Cina. (Inform)