INTERVENTI
Rodolfo Ricci (FIEI): Quando la storia
vale più dei sondaggi
Italiani all’estero: Berlusconi ha compreso
lo svantaggio competitivo
ROMA - Le affermazioni
di Berlusconi rilasciate in una intervista ad una emittente privata e riportate
da diverse agenzie stampa, secondo le quali gli italiani all’estero non dovrebbero
votare dal momento che non pagano le tasse, secondo il noto principio “no taxation,
no rapresentation”, dà conto dei risultati dell’analisi del voto che il suo
staff ha prodotto: non si tratta solo di un analisi per l’oggi, ma di una analisti
prospettica, per il futuro.
Mettiamo da parte
la mezza bugia che gli emigrati italiani non pagano le tasse: in realtà, milioni
di loro pagano l’ICI, le tasse per lo smaltimento dei rifiuti, ecc., legate
alle piccole proprietà immobiliari che in molti vantano nelle località di origine;
mettiamo da parte il fatto che continuano a inviare in Italia miliardi di Euro
all’anno (nel 2005 sono stati 5 miliardi le rimesse degli italiani all’estero)
e che queste rimesse sono state decisive per circa un secolo per saldare o migliorare
la bilancia dei pagamenti tra Italia ed estero; mettiamo infine da parte il
fatto che l’indotto prodotto dai consumi di prodotti “made in Italy” degli italiani
nel mondo (cittadini o oriundi) sono stati stimati dal suo stesso Governo in
circa 60/70 miliardi di Euro/anno.
E quindi mettiamo
tra parentesi il fatto che su una ipotetica bilancia, ciò che gli italiani all’estero
“ritornano” all’Italia è decisamente superiore a ciò che dall’Italia li raggiunge
in termini di assistenza, sussidi, investimenti compresi quelli che potrebbero
ulteriormente potenziare la loro funzione di volano della nostra economia (cultura,
promozione turistica, consumi, ecc., ecc.).
Non inveiamo
sul fatto che la battuta di Berlusconi fa emergere d’acchito la deduzione per
la quale allora, gli evasori italiani (che si rimangiano il 25% del reddito
pubblico) non dovrebbero votare.
O che, al contrario,
non dovrebbe esserci quindi alcun impedimento a concedere il voto agli immigrati
che in Italia lavorano e pagano le tasse sul loro reddito.
La verità è che
Berlusconi e il suo staff si sono resi conto di una cosa semplicissima e banale
vista con occhi post elettorali: le tecniche di abbordaggio messe in atto attraverso
le sue televisioni e la manipolazione culturale più che decennale che era risultata
decisiva per orientare il voto degli italiani in Italia, non agiscono verso
gli italiani all’estero; la banalità di questa conclusione, appare nella sua
forte pregnanza se la leggiamo in prospettiva: in un paese “spaccato a metà”,
la probabile permanenza di questa “anomalia”, crea ora forte preoccupazione
a destra: si tratta di una sorta di spada di Damocle, di uno svantaggio competitivo
permanente che pende sulla destra e che non può essere facilmente risolto.
E’ infatti molto
probabile che nelle prossime consultazioni elettorali, questo dato di relativa
maggiore autonomia di pensiero e di lettura dei fatti politici italiani sia
destinato a perpetuarsi: gli italiani all’estero potrebbero risultare decisivi
anche la prossima volta, quindi Berlusconi ha deciso di mettere in discussione
non solo l’elezione di parlamentari dell’estero, ma lo stesso diritto di voto
dall’estero.
Una ragione di
più per chiedere una maggiore - e meno folclorica- attenzione del centrosinistra
su questo versante.
E un esempio
per riflettere meglio sull’analisi politica fondata sulla sondaggistica o su
un’analisi fondata su dati storici: l’esito del voto degli italiani all’estero
era facilmente prevedibile se solo si fosse prestata maggiore attenzione alla
storia di questi italiani, che è in gran parte una storia di lavoro duro, di
discriminazioni subite, di rivendicazione di diritti civili e sociali.
Anche questo può costituire materia di approfondimento a sinistra, magari da allargare allo scenario di vaste aree del nostro paese. (Rodolfo Ricci*/Inform)
*Segretario generale FIEI – Federazione
Italiana Emigrazione Immigrazione