INFORM - N. 99 - 17 maggio 2006


INTERVENTI

Gianni Pittella (Ds): La tradizione europeista

 

BRUXELLES - La vittoria del centro sinistra comporterà un significativo mutamento nel rapporto tra il nostro Paese e l’Unione Europea.

Possiamo finalmente riprendere un percorso interrottosi bruscamente 5 anni fa. L’Italia è sempre stata, infatti, tra i Paesi più europeisti e in questa lunga cinquantennale storia ha sempre condiviso, sostenuto e promosso tutti i diversi passi in avanti compiuti dal processo d’integrazione. C’era tra i "Sei" della Ceca nel 1950, non ha fatto mancare la propria adesione alla sfortunata Ced, è stata protagonista dei Trattati di Roma nel 1957, ha sostenuto e sottoscritto le diverse tappe dell’integrazione monetaria fin dal 1973: dal serpente monetario a Maastricht, passando per lo Sme nel 1978.

Ma l’Italia è stata protagonista anche di un altro passaggio chiave del processo comunitario: la firma dell’Atto Unico nel 1986. E poi ha sostenuto e lavorato al “grande Allargamento”, al partenariato euromediterraneo, al processo costituente apertosi dopo la Dichiarazione di Laeken del 2001. Dal 2001 questo lungo filo rosso di impegno e dedizione costante alla causa europeista è andato via via sempre più logorandosi.

Dall’allontanamento del Ministro Ruggiero alla scelta di abbandonare il progetto Airbus, dalle intemerate della Lega Nord contro i “burocrati senza volto di Bruxelles” alla chiassosa e scomposta polemica su dazi e concorrenza, dalla demagogica campagna anti euro alla scellerata scelta compiuta sull’Irak, i cinque anni di governo Berlusconi hanno senza dubbio segnato un tratto di negativa discontinuità rispetto ad una delle grandi e storiche direttrici della politica estera italiana. Per questo parlo, dopo la vittoria di Prodi, di percorso e impegno europeista che è possibile oggi riprendere.

Siamo noi che ci siamo allontanati, ultimamente, dall’Europa, non il contrario. E riprendere questo percorso non significa non guardare in faccia e con crudo realismo ai problemi seri che oggi vive il Vecchio Continente.

Al contrario. Rilanciare la Strategia di Lisbona, battersi per una nuova ripartizione delle risorse comunitarie, riconoscere limiti e lentezze del processo di costruzione di difesa e politica estera comuni, riconoscere la debolezza e la marginalità dell’Unione rispetto alla ridefinizione dello scacchiere internazionale, interrogarsi criticamente sul voto dei referendum costituzionali in Francia e Olanda, significa essere realmente europeisti.

Significa cioè assumere l’impegno di rilanciare il sogno e il progetto europeo, a partire dall’approvazione della Costituzione, senza cullarsi nel radioso passato ma, anzi, guardando avanti con lucidità, coraggio, determinazione.

Io credo che questo spirito animerà il Governo Prodi, e questo sarà il profilo della sua politica comunitaria.

Forse Romano Prodi, assieme alla Merckel e a Zapatero, possono davvero rappresentare quello zoccolo duro di una più vasta e nuova leadership europeista in grado di rimettere in moto un processo di integrazione che stenta a ripartire e che oggi segna il passo.

Di questo rilancio l’Italia può essere ancora una volta protagonista, come tante volte già avvenuto nel corso della storia dello scorso mezzo secolo. (Gianni Pittella*/Inform)

 *Deputato al Parlamento Europeo Ds-Pse e responsabile Ds italiani all’estero


Vai a: