INFORM - N. 97 - 15 maggio 2006


IMMIGRAZIONE

Flussi migratori e impatto economico-sociale

Nuovo studio condotto dal dipartimento di statistica dell’Università La Sapienza

 

ROMA - Il sociologo Luigi Solivetti della Facoltà di Scienze Statistiche presso l'Università di Roma La Sapienza ha presentato lo studio effettuato su flussi e impatto sociale dell'immigrazione negli anni '90 nei 15 paesi dell'Unione Europea prima che fosse allargata a 25 membri.

Gli immigrati risultano 20 milioni in Europa e 3 milioni in Italia, paese che, con Grecia e Spagna, registra la più alta incidenza sulla criminalità  pari a oltre dieci volte.

Gli Stati Uniti, con un milione per anno, vengono superati dall'Europa Occidentale come area di destinazione principale dei migranti nel mondo: nel vecchio continente il flusso medio e' di 1.650.000 immigrati l'anno.

"In Europa gli immigrati – ha spiegato Solivetti - sono il 5-6% della popolazione residente, cioè  circa 20 milioni, e in Italia il 5% pari a 3 milioni: sono cifre ragguardevoli superiori quindi ai flussi annui verso gli Usa". Nello studio sono stati analizzati gli effetti dell’arrivo degli extracomunitari su vari settori della vita economica e sociale. "L'impatto sull'economia e' stato positivo - precisa il sociologo - e significativo: gli immigrati fanno lavori che altri non sono più disposti a fare e soprattutto lavorano intensamente a ritmi anche elevati. Oltre che concorrere alla produzione danno un contributo non indifferente ai consumi". Positivo quindi l’effetto dell’arrivo degli immigrati sul lavoro, la produzione e i consumi. La consistenza dei flussi, poi, potrà costituire apporto strutturale e fondamentale al ringiovanimento della forza lavoro dei paesi dell’Unione, i quali, come anche riconosciuto dalla commissione europea, sono caratterizzati da un crescente invecchiamento e calo demografico della popolazione indigena, fatto preoccupante in vista degli obiettivi della strategia di Lisbona.

Dopo avere indagato sugli effetti economici, occorre verificare la situazione dal punto di vista sociale: "dove emergono i problemi più spinosi - aggiunge Solivetti - è sul versante sia dell'ospitalità che della criminalità, dell'ordine pubblico". Parallelamente quindi all'incremento dei flussi "si sono sempre più ingrossati i movimenti politici di rigetto, sospetto e ostilità verso gli immigrati - continua Solivetti - L'Italia? Ha avuto ed ha un atteggiamento di rigetto moderato a parte certe punte di ostilità con venature razziste". I movimenti politici "per lo più ad impronta nazionalistica sono presenti ovunque dall'Inghilterra all'Olanda, dalla Svizzera alla Francia, dal Belgio alla Danimarca - precisa il sociologo - ostacolano le politiche d'integrazione che comunque a pelle di leopardo vanno avanti". Le politiche dell’integrazione, infatti, sono parte integrante di quelle del lavoro e, più in generale, dell’immigrazione (come sottolineato anche in sede europea). Pertanto, nonostante vari movimenti di resistenza, tutte i paesi europei si rendono conto che proprio quanto meno in funzione della produttività occorre incentivare al massimo l’integrazione degli immigrati nel sistema produttivo e nella società.

Per quanto attiene poi l’elemento che più spesso viene utilizzato quale fattore di pregiudizio, il coinvolgimento degli immigrati nelle forme di criminalità, i paesi caratterizzati da maggiore incidenza sono risultati Grecia, Spagna ed Italia: dieci e più volte rispetto all'incidenza sulla popolazione residente mentre in altri paesi (Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Islanda) l'incidenza non e' troppo più alta della loro incidenza sulla popolazione residente. "Abbiamo notato che nei paesi dove c'è minor benessere economico, più corruzione, minor rispetto per la legge, un atteggiamento di non rispetto per i diritti umani, e' più elevato - spiega Solivetti - il contributo che gli immigrati danno alla criminalità: nei paesi dove invece c'e' un benessere economico maggiore, più risorse da ridistribuire, ma soprattutto più cultura ed informazione, l'incidenza sulla criminalità non è più alta dell'incidenza sulla popolazione residente". Dunque, la criminalità si sposta con fattori economici ma anche sociali, come livello d'informazione e di cultura.

"L'immigrazione non di per sé un fattore di criminalità - conclude Solivetti - ma ha ragioni precise per coniugarsi al fatto delittuoso o criminale: il livello d'informazione e cultura, la stabilizzazione dei flussi, il rispetto delle leggi". In sintesi, come tutti i fenomeni sociali, l’immigrazione necessita di un approccio complessivo, articolato su diversi livelli, volto a promuovere un ambiente sociale di accoglienza degli incrementati flussi migratori caratterizzato dalla fine dell’emergenzialità, da alta produttività, integrazione e assenza di pregiudizi. In tal modo potrà essere avviato un percorso virtuoso, per far divenire gli immigrati fattore sociale esclusivamente positivo come avviene in altri paesi europei. (Francesca Mascellini-Inform)


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