IMMIGRAZIONE
Flussi migratori e impatto economico-sociale
Nuovo studio condotto dal dipartimento
di statistica dell’Università La Sapienza
ROMA - Il sociologo Luigi Solivetti della Facoltà di
Scienze Statistiche presso l'Università di Roma La Sapienza ha presentato lo
studio effettuato su flussi e impatto sociale dell'immigrazione negli anni '90
nei 15 paesi dell'Unione Europea prima che fosse allargata a 25 membri.
Gli immigrati risultano 20 milioni in Europa e 3 milioni
in Italia, paese che, con Grecia e Spagna, registra la più alta incidenza sulla
criminalità pari a oltre dieci volte.
Gli Stati Uniti, con un milione per anno, vengono superati
dall'Europa Occidentale come area di destinazione principale dei migranti nel
mondo: nel vecchio continente il flusso medio e' di 1.650.000 immigrati l'anno.
"In Europa gli immigrati – ha spiegato Solivetti
- sono il 5-6% della popolazione residente, cioè circa 20 milioni, e in Italia il 5% pari a 3
milioni: sono cifre ragguardevoli superiori quindi ai flussi annui verso gli
Usa". Nello studio sono stati analizzati gli effetti dell’arrivo degli
extracomunitari su vari settori della vita economica e sociale. "L'impatto
sull'economia e' stato positivo - precisa il sociologo - e significativo: gli
immigrati fanno lavori che altri non sono più disposti a fare e soprattutto
lavorano intensamente a ritmi anche elevati. Oltre che concorrere alla produzione
danno un contributo non indifferente ai consumi". Positivo quindi l’effetto
dell’arrivo degli immigrati sul lavoro, la produzione e i consumi. La consistenza
dei flussi, poi, potrà costituire apporto strutturale e fondamentale al ringiovanimento
della forza lavoro dei paesi dell’Unione, i quali, come anche riconosciuto dalla
commissione europea, sono caratterizzati da un crescente invecchiamento e calo
demografico della popolazione indigena, fatto preoccupante in vista degli obiettivi
della strategia di Lisbona.
Dopo avere indagato sugli effetti economici, occorre
verificare la situazione dal punto di vista sociale: "dove emergono i problemi
più spinosi - aggiunge Solivetti - è sul versante sia dell'ospitalità che della
criminalità, dell'ordine pubblico". Parallelamente quindi all'incremento
dei flussi "si sono sempre più ingrossati i movimenti politici di rigetto,
sospetto e ostilità verso gli immigrati - continua Solivetti - L'Italia? Ha
avuto ed ha un atteggiamento di rigetto moderato a parte certe punte di ostilità
con venature razziste". I movimenti politici "per lo più ad impronta
nazionalistica sono presenti ovunque dall'Inghilterra all'Olanda, dalla Svizzera
alla Francia, dal Belgio alla Danimarca - precisa il sociologo - ostacolano
le politiche d'integrazione che comunque a pelle di leopardo vanno avanti".
Le politiche dell’integrazione, infatti, sono parte integrante di quelle del
lavoro e, più in generale, dell’immigrazione (come sottolineato anche in sede
europea). Pertanto, nonostante vari movimenti di resistenza, tutte i paesi europei
si rendono conto che proprio quanto meno in funzione della produttività occorre
incentivare al massimo l’integrazione degli immigrati nel sistema produttivo
e nella società.
Per quanto attiene poi l’elemento che più spesso viene
utilizzato quale fattore di pregiudizio, il coinvolgimento degli immigrati nelle
forme di criminalità, i paesi caratterizzati da maggiore incidenza sono risultati
Grecia, Spagna ed Italia: dieci e più volte rispetto all'incidenza sulla popolazione
residente mentre in altri paesi (Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Islanda) l'incidenza
non e' troppo più alta della loro incidenza sulla popolazione residente. "Abbiamo
notato che nei paesi dove c'è minor benessere economico, più corruzione, minor
rispetto per la legge, un atteggiamento di non rispetto per i diritti umani,
e' più elevato - spiega Solivetti - il contributo che gli immigrati danno alla
criminalità: nei paesi dove invece c'e' un benessere economico maggiore, più
risorse da ridistribuire, ma soprattutto più cultura ed informazione, l'incidenza
sulla criminalità non è più alta dell'incidenza sulla popolazione residente".
Dunque, la criminalità si sposta con fattori economici ma anche sociali, come
livello d'informazione e di cultura.
"L'immigrazione non di per sé un fattore di criminalità
- conclude Solivetti - ma ha ragioni precise per coniugarsi al fatto delittuoso
o criminale: il livello d'informazione e cultura, la stabilizzazione dei flussi,
il rispetto delle leggi". In sintesi, come tutti i fenomeni sociali, l’immigrazione
necessita di un approccio complessivo, articolato su diversi livelli, volto
a promuovere un ambiente sociale di accoglienza degli incrementati flussi migratori
caratterizzato dalla fine dell’emergenzialità, da alta produttività, integrazione
e assenza di pregiudizi. In tal modo potrà essere avviato un percorso virtuoso,
per far divenire gli immigrati fattore sociale esclusivamente positivo come
avviene in altri paesi europei. (Francesca Mascellini-Inform)