STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Gente d’Italia”, quotidiano delle Americhe, un articolo di Federico Guiglia
La lingua italiana “entra” nel Parlamento
dell’Uruguay
MONTEVIDEO - La prima volta sarà di mercoledì: il prossimo.
Sarà la prima volta che la lingua italiana farà il suo dolce ingresso in un
Parlamento non italiano, ecco il piccolo, grande evento che bisogna mettere
in agenda il 17 maggio al “Palacio Legislativo” dell’Uruguay – rivela Federico
Guiglia su Gente d’Italia il quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia
- Quel giorno una breve cerimonia inaugurerà
alle 11, alla Camera di Montevideo, la capitale, i corsi nella lingua di Dante
riservati a deputati e senatori della Repubblica sulle rive del Plata, che è
il fiume più largo del mondo. Com’è giusto che sia, quando si tratta di far
navigare la lingua con la più antica documentazione scritta d’Europa. Ancora
oggi siamo in grado di capire l’italiano di più di mille anni fa, il che non
accade con le altre e altrettanto prestigiose e bellissime lingue del Vecchio
Continente. Lingue che si sono trasformate in modo più radicale. Come spiegano
i linguisti, oggi inglesi e tedeschi, spagnoli e portoghesi, e francesi farebbero
immensa fatica a comprendere quel che dicevano i loro avi nei secoli che furono.
Noi invece no. E questa straordinaria ricchezza di una lingua che “dura” da
più di mille anni, e che si fa capire oggi come nel 960 d.C. - il tempo a cui
risale la scoperta del primo documento ufficiale “italiano” - è l’aspetto probabilmente
più universale della “lingua del sì”.
Ma non l’unico, come ora dimostrano i primi venti parlamentari
in carica (sui centotrenta dell’intera assemblea: dunque oltre il quindici per
cento del Parlamento uruguaiano), che vogliono imparare o rispolverare l’italiano.
L’hanno chiesto loro, e pure questa è una novità rilevante, perché conferma
le potenzialità della nostra lingua all’estero; persino nel campo minato della
comunicazione politica, dove la lingua è un elemento “ufficiale” nell’azione
dei governi, e tutti i Paesi coltivano gelosamente la propria.
L’esperimento-pilota dell’Uruguay, e che consisterà nell’insegnamento
dell’italiano in orari e secondo un calendario che non interferiranno con le
sedute dell’aula, rappresenta il segnale che forse mancava per avviare una “politica
della lingua” nel mondo. I tempi sono maturi per convincere tutte le autorità
a ciò preposte, dalla Farnesina in su (e in giù), che bisogna saper costruire
il futuro internazionale della lingua nazionale. Non è vero, insomma, che l’inglese
globale abbia ormai ridotto le altre lingue a un rango puramente “casalingo”;
né che lo spagnolo, che pur si parla in tutta America latina -con la sola eccezione
del portoghese in Brasile-, precluda l’interesse e comprima la possibilità di
ampia diffusione alle altre lingue “latine”. La domanda d’italiano è fortissima
non soltanto in Sud America, e non è più legata solamente o prevalentemente
a ragioni familiari: il classico caso dell’“oriundo” che desidera riscoprire
le origini, e perciò si avvicina all’idioma dei padri. La domanda è molto più
forte dell’offerta: questo dovrebbe far riflettere le nostre istituzioni, impegnandole
in una strategia a lungo respiro di valorizzazione della lingua italiana nel
mondo. L’esempio dell’Uruguay indica che, per l’italiano, cresce la curiosità
delle classi dirigenti (imprenditori, docenti e ora perfino parlamentari) a
prescindere dalle loro origini. A maggior ragione se si pensa che gli ultimi
emigrati italiani salparono, e laggiù arrivarono, negli anni Cinquanta, e perciò
gli attuali discendenti sono molto di più nipoti che non figli.
La cerimonia di mercoledì vedrà impegnati Ambasciata
e Consolato d’Italia. Quest’ultimo ha coordinato il piano delle lezioni, che
cominceranno con la ventina di parlamentari richiedenti. Ma tutto lascia supporre
che, nel corso delle settimane, ad essi se ne aggiungeranno altri.
L’iniziativa
può dunque fare da battistrada a due progetti. Il primo è senza frontiere: perché
anche le altre ambasciate e consolati italiani non s’incaricano di fare altrettanto
con i parlamentari dei Paesi in cui si trovano ad operare? Il “modello Uruguay”
come un trampolino internazionale per la valorizzazione della lingua di Dante
fuori d’Italia. L’altro progetto in cui quest’evento può “naturalmente” sfociare,
è l’istituzione della prima Università italiana in America latina con sede a
Montevideo. Perché Montevideo è la prima capitale al mondo che ha scelto d’aprire
formalmente le porte, e al più alto livello istituzionale possibile, alla lingua
italiana. A quel riconoscimento segua la nostra riconoscenza, aprendo in Uruguay,
dove tra l’altro il quaranta per cento dei tre milioni e trecentomila abitanti
discende da italiani, una sede universitaria per suggellare anche culturalmente
il futuro della memoria ritrovata. (Federico
Guiglia-Gente d’Italia/Inform)