INFORM - N. 97 - 15 maggio 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Gente d’Italia”, quotidiano delle Americhe, un articolo di Federico Guiglia

La lingua italiana “entra” nel Parlamento dell’Uruguay

 

MONTEVIDEO - La prima volta sarà di mercoledì: il prossimo. Sarà la prima volta che la lingua italiana farà il suo dolce ingresso in un Parlamento non italiano, ecco il piccolo, grande evento che bisogna mettere in agenda il 17 maggio al “Palacio Legislativo” dell’Uruguay – rivela Federico Guiglia su Gente d’Italia il quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia -  Quel giorno una breve cerimonia inaugurerà alle 11, alla Camera di Montevideo, la capitale, i corsi nella lingua di Dante riservati a deputati e senatori della Repubblica sulle rive del Plata, che è il fiume più largo del mondo. Com’è giusto che sia, quando si tratta di far navigare la lingua con la più antica documentazione scritta d’Europa. Ancora oggi siamo in grado di capire l’italiano di più di mille anni fa, il che non accade con le altre e altrettanto prestigiose e bellissime lingue del Vecchio Continente. Lingue che si sono trasformate in modo più radicale. Come spiegano i linguisti, oggi inglesi e tedeschi, spagnoli e portoghesi, e francesi farebbero immensa fatica a comprendere quel che dicevano i loro avi nei secoli che furono. Noi invece no. E questa straordinaria ricchezza di una lingua che “dura” da più di mille anni, e che si fa capire oggi come nel 960 d.C. - il tempo a cui risale la scoperta del primo documento ufficiale “italiano” - è l’aspetto probabilmente più universale della “lingua del sì”.

Ma non l’unico, come ora dimostrano i primi venti parlamentari in carica (sui centotrenta dell’intera assemblea: dunque oltre il quindici per cento del Parlamento uruguaiano), che vogliono imparare o rispolverare l’italiano. L’hanno chiesto loro, e pure questa è una novità rilevante, perché conferma le potenzialità della nostra lingua all’estero; persino nel campo minato della comunicazione politica, dove la lingua è un elemento “ufficiale” nell’azione dei governi, e tutti i Paesi coltivano gelosamente la propria.

L’esperimento-pilota dell’Uruguay, e che consisterà nell’insegnamento dell’italiano in orari e secondo un calendario che non interferiranno con le sedute dell’aula, rappresenta il segnale che forse mancava per avviare una “politica della lingua” nel mondo. I tempi sono maturi per convincere tutte le autorità a ciò preposte, dalla Farnesina in su (e in giù), che bisogna saper costruire il futuro internazionale della lingua nazionale. Non è vero, insomma, che l’inglese globale abbia ormai ridotto le altre lingue a un rango puramente “casalingo”; né che lo spagnolo, che pur si parla in tutta America latina -con la sola eccezione del portoghese in Brasile-, precluda l’interesse e comprima la possibilità di ampia diffusione alle altre lingue “latine”. La domanda d’italiano è fortissima non soltanto in Sud America, e non è più legata solamente o prevalentemente a ragioni familiari: il classico caso dell’“oriundo” che desidera riscoprire le origini, e perciò si avvicina all’idioma dei padri. La domanda è molto più forte dell’offerta: questo dovrebbe far riflettere le nostre istituzioni, impegnandole in una strategia a lungo respiro di valorizzazione della lingua italiana nel mondo. L’esempio dell’Uruguay indica che, per l’italiano, cresce la curiosità delle classi dirigenti (imprenditori, docenti e ora perfino parlamentari) a prescindere dalle loro origini. A maggior ragione se si pensa che gli ultimi emigrati italiani salparono, e laggiù arrivarono, negli anni Cinquanta, e perciò gli attuali discendenti sono molto di più nipoti che non figli.

La cerimonia di mercoledì vedrà impegnati Ambasciata e Consolato d’Italia. Quest’ultimo ha coordinato il piano delle lezioni, che cominceranno con la ventina di parlamentari richiedenti. Ma tutto lascia supporre che, nel corso delle settimane, ad essi se ne aggiungeranno altri.

L’iniziativa può dunque fare da battistrada a due progetti. Il primo è senza frontiere: perché anche le altre ambasciate e consolati italiani non s’incaricano di fare altrettanto con i parlamentari dei Paesi in cui si trovano ad operare? Il “modello Uruguay” come un trampolino internazionale per la valorizzazione della lingua di Dante fuori d’Italia. L’altro progetto in cui quest’evento può “naturalmente” sfociare, è l’istituzione della prima Università italiana in America latina con sede a Montevideo. Perché Montevideo è la prima capitale al mondo che ha scelto d’aprire formalmente le porte, e al più alto livello istituzionale possibile, alla lingua italiana. A quel riconoscimento segua la nostra riconoscenza, aprendo in Uruguay, dove tra l’altro il quaranta per cento dei tre milioni e trecentomila abitanti discende da italiani, una sede universitaria per suggellare anche culturalmente il futuro della memoria ritrovata.  (Federico Guiglia-Gente d’Italia/Inform)


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