STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
“A
modo mio” di Silvana Mangione su “Gente d’Italia”
E adesso il referendum
NEW YORK - Abbiamo vissuto e superato il fatto storico
delle prime elezioni che hanno coinvolto i cittadini residenti fuori d’Italia
e hanno regalato la maggioranza alla coalizione che, secondo i soliti soloni,
nelle previsioni della vigilia, avrebbe invece perso voti e rappresentanza all’estero.
Sono stati eletti i Presidenti della Camera e del Senato con il numero di voti
che ci dovevano essere. È stato eletto il Presidente della Repubblica con tre
voti in più di quelli aritmeticamente attribuiti alla maggioranza. Secondo me,
ma potrei sbagliarmi, questi tre voti sono ascrivibili a tre parlamentari degli
italiani all’estero, non appartenenti all’Unione–Prodi, ma abbastanza indipendenti
da non perpetuare spaccature inventate secondo linee di vetero–ideologie accusatorie,
che non hanno ragione di continuare ad esistere nelle realtà del terzo millennio.
Siamo dunque pronti al prossimo passo del cammino della
democrazia italiana all’estero: il referendum del 24 – 25 giugno. Anch’esso
è un fatto storico. Finora, infatti, abbiamo partecipato soltanto a referendum
«abrogativi», quelli previsti dall’art. 75 della Costituzione, referendum in
cui il popolo italiano è chiamato a deliberare sulla cancellazione: «totale
o parziale di una legge o di un atto a valore di legge, quando lo richiedano
cinquecentomila cittadini o cinque consigli regionali», escluse: «le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione
a ratificare trattati internazionali». Stavolta invece parteciperemo ad
un referendum «confermativo», definito all’art. 138 della Costituzione, che
dice che le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali,
non approvate nella seconda votazione da ciascuna della Camere con la maggioranza
dei due terzi dei componenti: «sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro
pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila
elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è
promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Per la
prima vota nella storia il referendum confermativo è stato chiesto da tutti
e tre gli «attori» indicati dalla suprema legge dello Stato: parlamentari, cittadini
e consigli regionali. Questo la dice lunga sulla percezione generale della riforma
costituzionale sulla cosiddetta devolution, che ha completato il suo iter
di approvazione a botte di maggioranza il 20 ottobre 2005 alla Camera dei Deputati
e il 16 novembre 2005 al Senato della Repubblica.
Parleremo dei suoi contenuti in prossimi articoli. Oggi
vorrei dialogare su che cosa significa questo referendum per noi che viviamo
qui, fuori d’Italia, e siamo partecipi della più alta manifestazione di democrazia
diretta, visto che tutti noi, cittadini italiani, siamo chiamati, di fatto e
di diritto, a legiferare. Dobbiamo votare, in massa, essere presenti, far sentire
la nostra voce, confermare che il nostro interesse in quello che succede in
Italia è identico a quello dei cittadini che risiedono entro i confini, perché
qualunque cambiamento avvenga in Italia ha una ricaduta immediata e concreta
su ognuno di noi, dai punti di vista politico, sociale, culturale, economico
e di immagine. Dobbiamo votare in percentuali molto superiori a quelle delle
consultazioni politiche appena concluse. Dobbiamo domandarci perché la percentuale
di plichi restituiti in Nord e Centro America è la più bassa delle quattro ripartizioni
(33,94%) e perché la percentuale dei votanti negli Stati Uniti è del 31,42%
contro il 38,11% del Canada. Le risposte sono due e molto semplici: anagrafe
e informazione. I problemi dell’anagrafe sono uguali per tutti e non è umanamente
possibile che il nuovo governo, in meno di un mese, riesca a risanarli. Dovremo
quindi accontentarci dell’ulteriore bonifica
derivata dai plichi tornati indietro perché non corrispondevano ad indirizzi
o destinatari giusti e dalle richieste di iscrizione e correzione dei dati effettuate
dai cittadini che volevano votare e non hanno ricevuto le schede.
L’altro problema può invece essere affrontato in maniera
più seria. RAI International faccia il suo dovere in modo molto migliore di
quanto fatto in quest’occasione. I messaggi sul referendum devono essere chiari,
spiegati con parole semplici, devono essere comunicate le date di arrivo e di
restituzione delle schede previste dalla legge per l’estero e non da quella
per l’Italia, l’informazione sui diritti dei singoli deve essere precisa e comprensibile.
Poi ci sono i giornali. Faccio un esempio: in Uruguay ha votato il 59,19% degli
aventi diritto, quasi il doppio dei nostri. Perché? Rispondiamoci. Da dove traggono
informazioni gli italiani in USA che non navigano su Internet e non ricevono
RAI International? Da quali fonti cartacee? Distribuite come e dove? Con quale
tiratura e diffusione? Di quali e quanti contributi del governo italiano godono?
Rispondiamoci, serenamente e con sincerità. Perché sta a noi, singoli cittadini,
il dovere di informarci per partecipare e, se non riusciamo a informarci, dobbiamo
avere il coraggio di denunciare le situazioni che ce lo impediscono. (Silvana
Mangione, Comitato di Presidenza del CGIE-Gente d’Italia/Inform)