INFORM - N. 95 - 11 maggio 2006


STAMPA ITALIANA

Intervista de “l’Unità” al segretario dei Ds

Napolitano al Quirinale, Fassino: “Riconosciuta la nostra storia”

 

ROMA – “Questa elezione segna una giornata storica per il nostro partito e, soprattutto, per la democrazia italiana. Oggi si chiude definitivamente il Novecento. Napolitano è un uomo che ha il profilo politico e istituzionale per proporsi come il Presidente di tutti gli italiani”.

Piero Fassino ha appena incontrato Napolitano e adesso, nel suo ufficio di via Nazionale, parla della “commozione che ha colto entrambi” e racconta “di quel buffetto affettuoso sulla guancia che Giorgio mi ha dato abbracciandomi, stringendomi come fossi un nipote carissimo”.

Sì, una tappa “storica” quella di ieri. E una giornata importante anche per il segretario Ds, che ha lavorato per anni con Napolitano per portare il Pds nell’Internazionale socialista e nel Pse. “È stato per me un riferimento politico costante - spiega Fassino - Al congresso di Pesaro, quello in cui venni eletto segretario, gli rivolsi pubblicamente un riconoscimento per ciò che la sua figura rappresenta nella storia della sinistra. È stato il dirigente riformista del Pci che non ha mai avuto paura di sollecitare una riflessione critica sul comunismo. Una riflessione che guardasse alla socialdemocrazia come all’unica sinistra in grado di tenere insieme uguaglianza e libertà”.

La sua elezione al Colle segna la fine del “fattore K”, come si è detto?

“È stato eletto Presidente della Repubblica un esponente della sinistra. Un uomo la cui esperienza politica e umana è venuta sviluppandosi lungo sessanta anni di impegno politico. Prima nel Pci ,poi nel Pds, infine nei Ds. Questa elezione riconosce il valore, l’autorevolezza, il rigore e il coraggio politico di Napolitano. Ma riconosce anche la storia del principale partito della sinistra italiana e di quel movimento di cui Giorgio è stato dirigente autorevolissimo. Si può dire che è stata definitivamente superata ogni forma di preclusione e di pregiudizio politico”.

Immaginava un esponente del suo partito al Quirinale?

“Nel 2001, all’indomani della sconfitta del centrosinistra, sarebbe stato difficile pensare un diessino al Colle. L’elezione di Napolitano al Quirinale rappresenta il felice epilogo di un lungo lavoro. In questi cinque anni abbiamo ottenuto continui e crescenti successi. Governiamo 16 regioni, 74 province, 5000 comuni. Abbiamo mandato a casa Berlusconi, conquistato il governo del Paese e una personalità autorevolissima del nostro partito siederà tra pochi giorni al Quirinale. Un bilancio più che positivo, di cui va dato merito - prima di tutto - alla generosità e alla dedizione dei nostri militanti. Anche l’elezione di Napolitano dimostra che i Ds sono una risorsa fondamentale della democrazia italiana, la forza che con più determinazione ha tessuto la rete unitaria che ha permesso di ricostruire il centrosinistra e di rilanciare l’Ulivo. Sì, il 10 maggio è un giorno felice per noi e per l’Italia”.

Napolitano presidente del 50% degli italiani, come titolava un quotidiano di centrodestra?

“Napolitano è stato presidente della Camera, ministro degli Interni, ha ricoperto incarichi politico-istituzionali di particolare delicatezza. Viene eletto Capo dello Stato un uomo che ha il profilo politico e istituzionale necessario per proporsi come il presidente di tutti gli italiani e per dare continuità a un modo di interpretare la prima carica della Repubblica. Quello di Ciampi, che ha rappresentato un punto di certezza per milioni di donne e di uomini del nostro Paese. Sarà così anche per Napolitano di cui tutti riconosciamo il senso dello Stato, il rigore civico, lo scrupolo dell’imparzialità. In questi sette anni, complessi e difficili, Ciampi è stato un fattore di stabilità costituzionale e democratica che ha consentito di gestire bene passaggi travagliati e critici. Napolitano, che appartiene alla stessa generazione di Ciampi - e ha maturato, in un percorso parallelo, le stesse esperienze - saprà essere altrettanto capace di rappresentare un punto di garanzia e sicurezza”.

È stato eletto solo dal centrosinistra, però...

“Anche se eletto con i soli voti dell’Unione, ha il profilo e il carattere per essere il presidente di tutti gli italiani. Credo che il centrodestra abbia perso un’occasione. La candidatura di Napolitano avrebbe consentito all’intero Parlamento, e a ogni forza politica, di assumerla e di votarla”.

La convergenza sull’elezione del Capo dello Stato sembrava a portata di mano, come mai non si è realizzata?

“Per tre giorni la Casa delle Libertà è stata attraversata da un dibattito travagliato che ruotava intorno a un quesito: votare o no Napolitano? Il fatto che, alla fine, la Cdl abbia scelto di non contrapporre un altro candidato, conferma la difficoltà di obiettare qualcosa a Napolitano presidente. Avrebbero mostrato maggiore coraggio se avessero espresso un voto favorevole, consentendo così a Giorgio di essere eletto con un consenso plebiscitario. In ogni caso, il fatto che sia stato votato soltanto dal centrosinistra non riduce minimamente il valore della sua elezione”.

L’Unione ha votato compatta. Eccessivo quindi il timore di franchi tiratori?

“Nel voto si è visto quanto il centrosinistra sia stato unito nel sostenere il suo candidato. Una dimostrazione ulteriore, dopo le elezioni di Marini e Bertinotti, che la maggioranza che ha vinto le elezioni c’è ed ha quell’alto grado di coesione che le consente di governare”.

Ci sarebbe stata la stessa compattezza senza il passo indietro di D’Alema?

“L’elezione di Napolitano è stata favorita da un atto di generosità e di responsabilità di D’Alema. Massimo aveva tutti i titoli per aspirare alla presidenza della Repubblica. E non c’è dubbio che l’elezione di un uomo di 57 anni alla suprema carica dello Stato avrebbe rappresentato un fattore di grande innovazione. D’Alema sarebbe stato un Presidente della Repubblica autorevole, capace di guidare le istituzioni in una fase di transizione delicata. A questo esito non si è potuti giungere per l’ostilità preconcetta e il pregiudizio del centrodestra e credo che, con lucidità e lungimiranza, abbiamo compiuto una scelta, quella di Napolitano, che ha sbloccato una situazione che poteva divenire di difficile soluzione”.

Le tensioni hanno attraversato anche il centrosinistra, però.

“L’elezione del Presidente della Repubblica è sempre stata il momento più difficile della vita politica italiana. Quasi mai è avvenuta secondo percorsi scontati. Spesso si è conclusa con eletti assai diversi rispetto ai candidati iniziali. È andata così anche questa volta. Nella prima fase di questa vicenda, quella in cui abbiamo cercato di verificare fino in fondo la praticabilità della candidatura di D’Alema, si sono manifestate difficoltà e resistenze evidenti nel centrodestra, ma non solo lì. Queste hanno reso il percorso più complesso e difficile. Tuttavia noi abbiamo cercato di creare ugualmente condizioni per realizzare la candidatura di D’Alema. L’assoluta indisponibilità della destra ad aprirsi a un confronto, però, ha indotto noi - e D’Alema stesso - a compiere una scelta generosa e responsabile, che consentisse in ogni caso al centrosinistra di offrire al Paese un candidato a cui il centrodestra non potesse obiettare nulla. Alla fine, la mossa di candidare Napolitano si è rivelata giusta”.

Nella destra c’erano posizioni diverse, però...

“Per un verso la Cdl ha continuato a cavalcare parole d’ordine populistiche, come lo sciopero fiscale ventilato da Berlusconi. Per altro verso ha tenuto atteggiamenti, come quelli di Fini e Casini, che manifestavano una maggiore disponibilità alla convergenza. Questa divisione della destra non si è mai ricomposta. Hanno scelto di non scegliere per non spaccarsi. Ma hanno commesso un errore, perché hanno perso un’occasione. Oggi l’Italia ha un Capo dello Stato a cui tutti riconoscono titoli, qualità e profilo necessari per proporsi come il presidente di tutti gli italiani. E questo senza che la Cdl abbia concorso a eleggerlo. Detto questo Napolitano sarà garante dell’imparzialità dell’altissima carica che ricopre. E al Quirinale potrà guardare con fiducia sia chi è di centrosinistra, sia chi è di centrodestra”.

Che tempi prevede per la formazione del governo Prodi, adesso?

“Brevissimi. Queste quattro settimane hanno dimostrato che la compattezza del centrosinistra non è momentanea o strumentale. L’elezione di Bertinotti alla Camera, quella più sofferta di Marini al Senato, e quella di Napolitano alla Presidenza della Repubblica, dimostrano che il centrosinistra ha coesione, solidarietà e determinazione. Il modo come usciamo da questa fase consente di guardare con fiducia e serenità anche alla formazione del governo. Dopo una prova di compattezza come quella di queste ore, Prodi è nelle condizioni migliori per dare vita a un governo autorevole. Forte per personalità politiche, competenze e rappresentatività”.

Lei farà parte del governo, segretario?

“Abbiamo davanti due grandi sfide. Una è il governo del Paese, l’altra è quella di dare corso al progetto di costruzione del Partito democratico. È chiaro che dobbiamo distribuire le nostre energie per vincere entrambi queste sfide. Nelle prossime ore discuteremo con Prodi e con gli altri leader della coalizione e, in funzione di queste scelte, si deciderà il modo migliore come anch’io debba collocarmi”.

Il muro contro muro con la Cdl sarà ormai una costante di questa legislatura?

“In queste settimane abbiamo sempre lavorato per verificare la possibilità di convergenze. Ma il centrodestra è percorso da contraddizioni evidenti. Dopo i tre passaggi istituzionali di questo mese, in sostanza, risulta ancora più evidente la sconfitta elettorale della destra. Berlusconi non è riuscito a sbarrare la strada di Napolitano verso il Colle. E Casini e Fini non sono riusciti a convincerlo sulla utilità di concorrere a questa elezione. Nessuno dei due campi in cui è diviso il centrodestra riesce ad esprimere una strategia in grado di guidare quella coalizione. Tutto questo non potrà non aprire una fase di ristrutturazione profonda della Cdl e dei suoi equilibri interni”. (Ninni Andriolo–l’Unità)

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