INFORM - N. 63 - 27 marzo 2006


MEMORIA

L’esodo degli italiani dall’Istria alla “Casa della Memoria e della Storia” di Roma

“Nata in Istria”: un viaggio nella memoria e nel cuore

 

ROMA – Cosa c’è di più definitivo di un addio? Quel “Pola addio” scarabocchiato su un vecchio muro di quella città ricca di tre millenni di storia, racchiude tutto lo strazio di un esodo senza possibilità di ritorno. Quel “Pola addio” immortalato da un filmato d’epoca della settimana Incom basterebbe forse da solo, senza altri commenti. Ma la storia va raccontata. E allora, andando oltre la voce stentorea, oltre le parole retoriche dello speaker fuori campo, ecco scorrere immagini che colpiscono al cuore, per l’enormità della tragedia che raccontano. E per il dolore, così composto, di chi l’ha vissuta. Difficile non farsi prendere dall’emozione.

Anche dopo più di mezzo secolo. Immagini nel vecchio bianco e nero recuperato dagli archivi Luce, proiettate alla neonata ‘Casa della Memoria e della Storia’ di Roma(http://www.cultura.roma.it/spaziperlacultura/28/schedacultura.asp): sono i polesani, i polesani che raccolgono poche cose, prima di lasciare per sempre la loro casa, la terra nella quale sono nati, cresciuti, nella quale sono morti i loro avi. Che lì non possono più riposare. Ed ecco le tombe smosse, ossa e cenere da portare via da una terra che non li vuole più. Polesani che aiutano donne, vecchi, bambini a salire su camionette e carrettini, polesani che salutano, abbracciano, baciano altri polesani, quei pochi che rimangono e che non rivedranno mai più. Polesani imbarcati sul piroscafo “Toscana”... 30 mila polesani con la valigia di cartone, così tipica degli emigranti: ma questa valigia non appartiene a chi nutre la speranza di tornare un giorno a casa: è valigia di profughi, di esuli, di gente che dà l’addio al suo mondo. E’ valigia di chi ha perduto tutto.

Addio Pola, città dolente: e che conosciuta la sua sorte alla firma del Trattato di Pace, si vuota completamente. Un esodo iniziato nel ’47. Un drammatico dopoguerra durato fino al ’54 per gli italiani dell’Istria. Dietro, la storia con le sue tragedie, le sue vittime. Un triangolo di terra segnato dall’avvicendarsi di dominazioni e culture. Orme della storia ben impresse sul terreno istriano: la Repubblica di Venezia, l’Impero austro-ungarico, l’Italia, il fascismo, la guerra, i comunisti di Tito, le foibe in cui furono scaraventate centinaia di persone senza distinzione di età, sesso, idea politica, ma solo per il fatto di essere italiani...l’odio etnico in un clima di “resa dei conti” per le colpe del fascismo accusato di aver cercato di “snazionalizzare” le minoranze slovene e croate presenti nella Venezia Giulia...

Trentamila polesani devono abbandonare tutto. 350 mila italiani prendono la via di un doloroso esilio da quella terra oggi divisa tra Slovenia e Croazia. Una ferita mai più rimarginata, ma che l’Italia, tutta l’Italia, ha colpevolmente rimosso per decenni.

Anna Maria Mori è una di quei 350 mila italiani, è una di quei 30 mila polesani. E’ stata una dei tanti spauriti bambini imbarcati sul “Toscana” nel febbraio ‘47.

Giornalista affermata, Anna Maria Mori: è stata fra l’altro inviato speciale per il quotidiano ‘la Repubblica’ dalla fondazione al ’95, e ha  realizzato per Rai Uno “Istria 1943-1993: cinquant’anni di  solitudine” e “Istria, il diritto alla memoria”. E’ anche scrittrice Anna Maria Mori. E due sono i libri dedicati alla sua terra. Il primo è “Bora”, scritto insieme a Nelida Milani, docente all’Università di Pola: una dei polesani rimasti là, a vivere in una sorta di “esilio parallelo”. Esiliati con la valigia di cartone (una diaspora disseminata nel mondo) ed esiliati  in una terra in cui ai luoghi viene imposto un nome in una lingua diversa e molto altro, purtroppo ... Esili paralleli, con fratture anche fra chi è andato e chi è rimasto... “Bora” è un libro nato anche dal desiderio della ricomposizione della frattura creatasi fra gli istriani dei due “esili paralleli”.

“Nata in Istria”, è l’altro libro di Mori. Uscito da pochissimo nelle librerie (ed. Rizzoli), vuole essere “un modo per far condividere a tutti gli italiani questa terra”. Come l’autrice, dopo la proiezione del filmato sull’esodo da Pola, ha spiegato a un folto pubblico – prevalentemente studenti – nella mattinata alla Casa della Memoria dedicata a “Raccontare la storia difficile:l’esodo degli italiani dall’Istria”, per iniziativa dell’IRSIFAR (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza) diretto da Annabella Gioia, che ha portato un breve saluto .   

Il libro di Anna Maria Mori racconta il ritorno nella terra dove è nata e vissuta bambina, età nella quale volti, colori, sapori si imprimono per sempre. E si portano dietro per tutta la vita. “Nata in Istria” è il tentativo di spiegare cosa vuole dire essere istriani. Scrivere aiuta a elaborare il lutto. Forse è questo che ha spinto Anna Maria Mori a scrivere della sua terra.

Ma “Nata in Istria” è, come ha detto ai ragazzi, un modo di farla condividere agli italiani questa terra. Ed è quindi un libro di emozioni, non un racconto ‘oggettivo’. Passo dopo passo, l’autrice ascolta, ricorda, scrive. E in questo percorso frastagliato e intenso, coraggioso e dolente, ricompone il puzzle identitario che è l’Istria, attraverso le sue cento fiabe, mille cucine e mille memorie, in un dialogo con gli esuli, i rimasti, i defunti. Un viaggio un po’ sentimentale, molto storico e inevitabilmente politico, come viene sottolineato nel risvolto di copertina Un viaggio che è anche una dichiarazione d’amore alla bellezza una terra immersa nel mare, incoronata di rocce bianche e pini scuri. “Il mio Bello deve essere assolutamente vero che l’ho fissato nella testa e poi in quello che per comodità siamo abituati a chiamare cuore, sin dalla nascita , e non l’ho più dimenticato, se poi per tutta la vita sono andata a cercare, senza trovarlo, quel mio mare che si infrange leggero sui ciottoli bianchi, facendoli rotolare su  e già insieme alle onde” , scrive l’autrice. Terra amata, terra perduta. Essere istriani può anche voler dire “crescere sola, senza punti o persone di riferimento”.

“A undici anni, quando sono venuta via da Pola insieme agli altri 30 mila della mia città – scrive Mori – è come se fossi stata costretta a nascere un’altra volta. Più che una giovinezza ho avuto due infanzie. La prima indimenticata e indimenticabile: la mia vera, unica infanzia. La seconda , obbligata e faticosissima: innaturale. E subito dopo mi sono ritrovata adulta”.

E gli istriani hanno anche vissuto “la lacerazione di sentirsi italiani ed essere respinti dall’Italia”, ha detto Mori rivolgendosi al pubblico nella Casa della Memoria. E lei, che è istriana fino al midollo lo sa bene. “Per anni ho raccontato di essere nata a Firenze (il padre era fiorentino) perché se dicevo di essere di Pola subito si associava il nome di quella città al fascismo”. Anche se lei, la sua famiglia e moltissimi altri istriani erano tutto meno che fascisti. E’ uno dei pregiudizi che certa lettura della storia imprime a marchio sulla pelle di chi è stata vittima di già troppe ingiustizie. E di rimozioni colpevoli, fin dall’arrivo degli esuli: furono allestiti 109 campi profughi, alcuni ‘abitati’ addirittura fino agli ‘60. Ma pare proprio che nessuno li vedesse questi campi, ha commentato con amarezza e indignazione l’autrice. Che non ha risparmiato colpe alle forze politiche, compresa la sinistra, accusate di essere rimaste silenti per troppo tempo davanti al dramma degli esuli, di chi è andato, di chi è rimasto.  L'Istria è stata insomma per 50 anni un grande buco nero nella coscienza italiana: una terra dimenticata, rimossa. Come è stata di fatto rimossa la presenza dei profughi istriani. Perché? E’infondo una domanda che rimane aperta. E che avrà risposta quando l’Italia avrà veramente fatto i conti anche con questa parte del suo passato. Benvenuta alla giornata del ricordo , istituita per volontà del Parlamento italiano, in memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell'esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati. Benvenuta la giornata del 10 febbraio. Ma forse bisognerebbe andare ancora più in là. Il significato della ‘memoria’ risiede proprio nel fare davvero i conti con la storia, senza chiudere gli occhi. Conoscere il passato significa lavorare sulla memoria, restituire la verità dei fatti, “ ripulire l’aria, lavorare sul nostro cuore e sulla nostra mente”, ha spiegato il prof. Alessandro Portelli, docente di letteratura angloamericana a “La Sapienza” di Roma, fondatore e responsabile del Circolo Gianni Bosio (che si occupa di storia orale, musica di tradizione orale, culture popolari), nonché consigliere delegato del sindaco Veltroni per le politiche della Memoria. Memoria che continua, tanto è vero che la Casa della Memoria e della Storia - il cui ‘motto’ è “siamo perché  eravamo” – rivolgerà la sua attenzione non solo al passato ma anche, ha detto Portelli, all’epoca in cui viviamo, pratica essenziale per una cittadinanza “vigile e partecipe”. Di qui il valore delle molte iniziative in cantiere della Casa, che ad appena pochi giorni dalla inaugurazione (il 24 marzo, giorno dell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine)  ha voluto ricordare un dramma che i giovani, ma anche tantissimi adulti, non conoscono: quello degli italiani dell’Istria. Rimosso a lungo anche dai libri scolastici e dai testi universitari.

Difficile spiegare a chi non lo ha vissuto le cause nelle quali affondano le radici di un simile dramma. Le tante contraddizioni della terra istriana, italianissima un tempo e oggi per un quarto slovena e per tre quarti croata. Il prof. Guido Crainz, docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo, ha dato un sintetico ma esaustivo quadro della complessa storia dell’Istria. Crainz, che è udinese, è fra l’altro autore del bel libro “Il dolore e l’esilio: l’Istria e le memorie divise d’Europa” (Donzelli editore, 2005), che è un approccio a quel dramma attraverso le  voci della letteratura, della storia e della memoria: per cogliere il dolore, le speranze e le paure delle diverse vittime (italiane, slovene, croate) che hanno vissuto in quell’intricato crocevia e per inserire quella lacerazione nel più ampio e tragico scenario del ‘900 europeo.

Del resto, nel 1947 un grande storico di origine istriana, Ernesto Sestan, tracciando i “lineamenti di una storia etnica e culturale” della Venezia Giulia scriveva che nel ‘900 si sono scontrati qui “nazionalismi feroci ed esasperati in una lotta senza quartiere in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri”. Sestan concludeva: “I termini del conflitto trascendevano, nei loro motivi più profondi, il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano alle correnti di idee e di passioni che fanno così feroce l'Europa contemporanea”.

La storia dell’Istria parte da lontano, da molto lontano. Ed è una storia anche nostra. Dell’Italia. Che per molto tempo non lo ha voluto ricordare, sapere. Ricorda Anna Maria Mori in “Nata in Istria”: “Mi sentivo ospite, anche indesiderata di un Paese grande, ricco di cultura e di storia, e dalla mia ero convinta di venire da un “niente” che peraltro amavo senza poterlo dire , un amore di cui mi dovevo vergognare, il parente povero di cui non si parla e che si cerca di nascondere. ‘Nata a Pola, e cos’è, dov’è questa Pola’ E ogni volta che succedeva , è successo spesso nel corso della mia vita vita, io mi sentivo come il resto di niente”.

L’Istria, gli istriani hanno bisogno di parole che “raccontino, dicano la verità”, scrive ancora l’autrice. Parole che “ricostruiscano non solo la loro storia, ma la storia intera della loro terra: raccontarla, restituire ai luoghi i loro nomi antichi e veri significa anche ridare a quella terra e al suo popolo martoriato e misconosciuto il giusto orgoglio dell’appartenenza, l’identità, la dignità negata e perduta”. (Simonetta Pitari-Inform)


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