MEMORIA
L’esodo degli italiani dall’Istria alla “Casa della Memoria
e della Storia” di Roma
“Nata in Istria”:
un viaggio nella memoria e nel cuore
ROMA – Cosa c’è di più definitivo di un addio? Quel “Pola
addio” scarabocchiato su un vecchio muro di quella città ricca di tre millenni
di storia, racchiude tutto lo strazio di un esodo senza possibilità di ritorno.
Quel “Pola addio” immortalato da un filmato d’epoca della settimana Incom basterebbe
forse da solo, senza altri commenti. Ma la storia va raccontata. E allora, andando
oltre la voce stentorea, oltre le parole retoriche dello speaker fuori campo,
ecco scorrere immagini che colpiscono al cuore, per l’enormità della tragedia
che raccontano. E per il dolore, così composto, di chi l’ha vissuta. Difficile
non farsi prendere dall’emozione.
Anche dopo più di mezzo secolo. Immagini nel vecchio
bianco e nero recuperato dagli archivi Luce, proiettate alla neonata ‘Casa della
Memoria e della Storia’ di Roma(http://www.cultura.roma.it/spaziperlacultura/28/schedacultura.asp):
sono i polesani, i polesani che raccolgono poche cose, prima di lasciare per
sempre la loro casa, la terra nella quale sono nati, cresciuti, nella quale
sono morti i loro avi. Che lì non possono più riposare. Ed ecco le tombe smosse,
ossa e cenere da portare via da una terra che non li vuole più. Polesani che
aiutano donne, vecchi, bambini a salire su camionette e carrettini, polesani
che salutano, abbracciano, baciano altri polesani, quei pochi che rimangono
e che non rivedranno mai più. Polesani imbarcati sul piroscafo “Toscana”...
30 mila polesani con la valigia di cartone, così tipica degli emigranti: ma
questa valigia non appartiene a chi nutre la speranza di tornare un giorno a
casa: è valigia di profughi, di esuli, di gente che dà l’addio al suo mondo.
E’ valigia di chi ha perduto tutto.
Addio Pola, città dolente: e che conosciuta la sua sorte
alla firma del Trattato di Pace, si vuota completamente. Un esodo iniziato nel
’47. Un drammatico dopoguerra durato fino al ’54 per gli italiani dell’Istria.
Dietro, la storia con le sue tragedie, le sue vittime. Un triangolo di terra
segnato dall’avvicendarsi di dominazioni e culture. Orme della storia ben impresse
sul terreno istriano:
Trentamila polesani devono abbandonare tutto. 350 mila
italiani prendono la via di un doloroso esilio da quella terra oggi divisa tra
Slovenia e Croazia. Una ferita mai più rimarginata, ma che l’Italia, tutta l’Italia,
ha colpevolmente rimosso per decenni.
Anna Maria Mori è una di quei 350 mila italiani, è una
di quei 30 mila polesani. E’ stata una dei tanti spauriti bambini imbarcati
sul “Toscana” nel febbraio ‘47.
Giornalista affermata, Anna Maria Mori: è stata fra l’altro
inviato speciale per il quotidiano ‘
“Nata in Istria”, è l’altro libro di Mori. Uscito da
pochissimo nelle librerie (ed. Rizzoli), vuole essere “un modo per far condividere
a tutti gli italiani questa terra”. Come l’autrice, dopo la proiezione del filmato
sull’esodo da Pola, ha spiegato a un folto pubblico – prevalentemente studenti
– nella mattinata alla Casa della Memoria dedicata a “Raccontare la storia difficile:l’esodo
degli italiani dall’Istria”, per iniziativa dell’IRSIFAR (Istituto romano per
la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza) diretto da Annabella Gioia,
che ha portato un breve saluto .
Il libro di Anna Maria Mori racconta il ritorno nella
terra dove è nata e vissuta bambina, età nella quale volti, colori, sapori si
imprimono per sempre. E si portano dietro per tutta la vita. “Nata in Istria”
è il tentativo di spiegare cosa vuole dire essere istriani. Scrivere aiuta a
elaborare il lutto. Forse è questo che ha spinto Anna Maria Mori a scrivere
della sua terra.
Ma “Nata in Istria” è, come ha detto ai ragazzi, un modo
di farla condividere agli italiani questa terra. Ed è quindi un libro di emozioni,
non un racconto ‘oggettivo’. Passo dopo passo, l’autrice ascolta, ricorda, scrive.
E in questo percorso frastagliato e intenso, coraggioso e dolente, ricompone
il puzzle identitario che è l’Istria, attraverso le sue cento fiabe, mille cucine
e mille memorie, in un dialogo con gli esuli, i rimasti, i defunti. Un viaggio
un po’ sentimentale, molto storico e inevitabilmente politico, come viene sottolineato
nel risvolto di copertina Un viaggio che è anche una dichiarazione d’amore alla
bellezza una terra immersa nel mare, incoronata di rocce bianche e pini scuri.
“Il mio Bello deve essere assolutamente vero che l’ho fissato nella testa e
poi in quello che per comodità siamo abituati a chiamare cuore, sin dalla nascita
, e non l’ho più dimenticato, se poi per tutta la vita sono andata a cercare,
senza trovarlo, quel mio mare che si infrange leggero sui ciottoli bianchi,
facendoli rotolare su e già insieme alle
onde” , scrive l’autrice. Terra amata, terra perduta. Essere istriani può anche
voler dire “crescere sola, senza punti o persone di riferimento”.
“A undici anni, quando sono venuta via da Pola insieme
agli altri 30 mila della mia città – scrive Mori – è come se fossi stata costretta
a nascere un’altra volta. Più che una giovinezza ho avuto due infanzie. La prima
indimenticata e indimenticabile: la mia vera, unica infanzia. La seconda , obbligata
e faticosissima: innaturale. E subito dopo mi sono ritrovata adulta”.
E gli istriani hanno anche vissuto “la lacerazione di
sentirsi italiani ed essere respinti dall’Italia”, ha detto Mori rivolgendosi
al pubblico nella Casa della Memoria. E lei, che è istriana fino al midollo
lo sa bene. “Per anni ho raccontato di essere nata a Firenze (il padre era fiorentino)
perché se dicevo di essere di Pola subito si associava il nome di quella città
al fascismo”. Anche se lei, la sua famiglia e moltissimi altri istriani erano
tutto meno che fascisti. E’ uno dei pregiudizi che certa lettura della storia
imprime a marchio sulla pelle di chi è stata vittima di già troppe ingiustizie.
E di rimozioni colpevoli, fin dall’arrivo degli esuli: furono allestiti 109
campi profughi, alcuni ‘abitati’ addirittura fino agli ‘60. Ma pare proprio
che nessuno li vedesse questi campi, ha commentato con amarezza e indignazione
l’autrice. Che non ha risparmiato colpe alle forze politiche, compresa la sinistra,
accusate di essere rimaste silenti per troppo tempo davanti al dramma degli
esuli, di chi è andato, di chi è rimasto. L'Istria è stata insomma per 50 anni un grande
buco nero nella coscienza italiana: una terra dimenticata, rimossa. Come è stata
di fatto rimossa la presenza dei profughi istriani. Perché? E’infondo una domanda
che rimane aperta. E che avrà risposta quando l’Italia avrà veramente fatto
i conti anche con questa parte del suo passato. Benvenuta alla giornata del
ricordo , istituita per volontà del Parlamento italiano, in memoria della tragedia
degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell'esodo dalle loro terre
degli Istriani, Fiumani e Dalmati. Benvenuta la giornata del 10 febbraio. Ma
forse bisognerebbe andare ancora più in là. Il significato della ‘memoria’ risiede
proprio nel fare davvero i conti con la storia, senza chiudere gli occhi. Conoscere
il passato significa lavorare sulla memoria, restituire la verità dei fatti,
“ ripulire l’aria, lavorare sul nostro cuore e sulla nostra mente”, ha spiegato
il prof. Alessandro Portelli, docente di letteratura angloamericana a “
Difficile spiegare a chi non lo ha vissuto le cause nelle
quali affondano le radici di un simile dramma. Le tante contraddizioni della
terra istriana, italianissima un tempo e oggi per un quarto slovena e per tre
quarti croata. Il prof. Guido Crainz, docente di Storia contemporanea all’Università
di Teramo, ha dato un sintetico ma esaustivo quadro della complessa storia dell’Istria.
Crainz, che è udinese, è fra l’altro autore del bel libro “Il dolore e l’esilio:
l’Istria e le memorie divise d’Europa” (Donzelli editore, 2005), che è un approccio
a quel dramma attraverso le voci della letteratura, della storia e della
memoria: per cogliere il dolore, le speranze e le paure delle diverse vittime
(italiane, slovene, croate) che hanno vissuto in quell’intricato crocevia e
per inserire quella lacerazione nel più ampio e tragico scenario del ‘900 europeo.
Del resto, nel 1947 un grande storico di origine istriana,
Ernesto Sestan, tracciando i “lineamenti di una storia etnica e culturale” della
Venezia Giulia scriveva che nel ‘900 si sono scontrati qui “nazionalismi feroci
ed esasperati in una lotta senza quartiere in cui gli uni finivano col pareggiare,
anche moralmente, gli altri”. Sestan concludeva: “I termini del conflitto trascendevano,
nei loro motivi più profondi, il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano
alle correnti di idee e di passioni che fanno così feroce l'Europa contemporanea”.
La storia dell’Istria parte da lontano, da molto lontano.
Ed è una storia anche nostra. Dell’Italia. Che per molto tempo non lo ha voluto
ricordare, sapere. Ricorda Anna Maria Mori in “Nata in Istria”: “Mi sentivo
ospite, anche indesiderata di un Paese grande, ricco di cultura e di storia,
e dalla mia ero convinta di venire da un “niente” che peraltro amavo senza poterlo
dire , un amore di cui mi dovevo vergognare, il parente povero di cui non si
parla e che si cerca di nascondere. ‘Nata a Pola, e cos’è, dov’è questa Pola’
E ogni volta che succedeva , è successo spesso nel corso della mia vita vita,
io mi sentivo come il resto di niente”.
L’Istria, gli istriani hanno bisogno di parole che “raccontino,
dicano la verità”, scrive ancora l’autrice. Parole che “ricostruiscano non solo
la loro storia, ma la storia intera della loro terra: raccontarla, restituire
ai luoghi i loro nomi antichi e veri significa anche ridare a quella terra e
al suo popolo martoriato e misconosciuto il giusto orgoglio dell’appartenenza,
l’identità, la dignità negata e perduta”. (Simonetta Pitari-Inform)