direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

A Roma il convegno del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo. “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti”

ITALIANI ALL’ESTERO

 

Gli interventi di Claudio Micheloni (CQIE), Franco Narducci (FAIM), Enrico Pugliese (FAIM), Luigi Scaglione (Consulte Regionali dell’Emigrazione), Matteo Bracciali (Acli), Giuseppe Tabbì (FAIM – Stoccarda), Maurizio Spallacini (FAIM- Neuchatel), Tatiana Esposito (MLPS),  Luigi Maria Vignali  (MAECI), Grazia Moffa (Università di Salerno), Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Rino Giuliani (Portavoce FAIM). Il messaggio del Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone

 

ROMA –  Il convegno del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo, svoltosi a Roma presso il Senato, dal titolo “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti” è stato introdotto dal Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato Claudio Micheloni. “Qui in Italia – ha esordito Micheloni – si parla soprattutto di ricercatori all’estero, delle grandi aziende multinazionali che hanno personale italiano che viaggia in tutto il mondo. E’ sicuramente una realtà nuova e importante però temo che questi argomenti vengano utilizzati per nascondere un altro fenomeno migratorio, ovvero quello di intere famiglie che emigrano e che ad esempio vediamo arrivare in Germania e in Svizzera in cerca di lavoro… , Alcuni fenomeni della storia – ha proseguito Micheloni – si ripetono e quello che si sta vivendo adesso come fenomeno migratorio mi sembra molto simile a quello che abbiamo vissuto nel dopoguerra. Ci sono famiglie che arrivano nei Paesi dove non hanno un’accoglienza particolare, anche se sicuramente migliore rispetto a quella del dopoguerra perché il welfare di questi Paesi è cambiato. Ma non c’è una politica di accoglienza. Vi è quindi la ricerca di un lavoro e della casa, la non conoscenza dei sistemi dei Paesi dove si va, e questo mi ricorda la storia dei miei genitori”.

Il presidente del Comitato ha poi rilevato come le storie della vecchia e della nuova emigrazione non siano totalmente diverse, ma anzi presentino connotazioni simili, come ad esempio la scarsa attuabilità del progetto migratorio temporaneo che prevede il ritorno in patria dopo qualche anno. “Quello che dobbiamo tentare di fare, – ha spiegato Micheloni – e questo lo possono fare solo le associazioni, è di creare una congiunzione fra il mondo della vecchia e nuova emigrazione. Nella catena della nostra storia dobbiamo mettere questi anelli e collegarli, perché è vero che queste realtà non avranno la stessa storia, ma se le facciamo vivere in maniera separata, non aiuteremo i nuovi migranti, non aiuteremo l’Italia a capire cosa sta accadendo e non aiuteremo le vecchie emigrazioni a rinnovarsi con l’arrivo delle nuove comunità”.

Micheloni ha anche parlato del lavoro portato avanti sulla legge di stabilità dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero in collaborazione con i ministeri competenti, per quanto riguarda le materie degli italiani nel mondo. Un ottimo lavoro volto ad individuare le risorse per l’assunzione di 150 contrattisti e la realizzazione di un concorso per l’assunzione di centocinquanta funzionari che andranno a rafforzare il personale della rete consolare del Maeci . “Queste due cose – ha affermato Micheloni – sono le uniche e vere risposte che possiamo dare al problema del miglioramento dei servizi consolari, ovvero dando ai consolati i mezzi per far fronte alle esigenze degli italiani all’estero”. Micheloni si è poi soffermato sugli altri interventi introdotti nella finanziaria in favore della diffusione della lingua e cultura italiana, degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie) , nonché per l’adeguamento degli stipendi dei contrattisti assunti in loco, per le Camere di Commercio, per la stampa italiana all’estero e per le agenzie specializzate che svolgono questo lavoro da almeno cinque anni con le quali il Maeci potrà stipulare convenzioni. Un complessivo pacchetto di interventi finanziari di circa sei milioni di euro. Prevista inoltre un’iniziativa  volta a riaprire i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana, con una corsia preferenziale per gli anziani che all’estero l’anno perduta  e l’inserimento di una nuova norma che prevede per la concessione della cittadinanza la conoscenza minima della lingua italiana. Un prerogativa che, per il presidente, potrebbe contribuire  a sfoltire le domande di cittadinanza in Sud America. Micheloni ha infine espresso forte disappunto per la presentazione al capogruppo del Pd al Senato Zanda, da parte di alcuni deputati eletti all’estero del Partito democratico,  di 15 emendamenti alla finanziaria per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro. “E’ assolutamente inaccettabile che dei deputati – ha commentato Micheloni parlando di azione fuori luogo – preparino degli emendamenti che non hanno alcuna possibilità di essere accolti. Se volete presentarli, presentateli alla Camera…  Questi sono emendamenti da campagna elettorale”. Micheloni ha anche segnalato come da questa iniziativa si siano dissociati i deputati Fedi e La Marca.

E’ poi intervenuto Franco Narducci, del Comitato di Coordinamento della FAIM, sul tema   “Migrare in tempo di crisi, necessità e opportunità: più tutele, più diritti”. “Abbiamo organizzato questo convegno – ha esordito Narducci – con lo stile del lavoro progettuale che parte dal basso e dalle nostre esperienze associative.. Fin dalla prima fase, grazie alle intuizioni e all’impostazione elaborata da Roberto Volpini, il FAIM si è posto l’obiettivo di valorizzare le tantissime esperienze dell’associazionismo italiano all’estero e dei suoi terminali in Italia per marcare una scelta fondamentale rispetto alle nuove migrazioni: quella dei diritti e delle tutele, una missione che è nel DNA dell’associazionismo all’estero. Ma anche per allargare il perimetro della riflessione su un fenomeno che non riguarda esclusivamente i laureati, i cosiddetti cervelli in fuga,  che non sono la parte dominante,  ma anche una fascia di popolazione ampia, messa a dura prova dalla crisi e che cerca, soprattutto nei Paesi del Nord Europa, quelle opportunità di lavoro e di realizzazione che non trova in Italia. Abbiamo voluto questo convegno poiché le antenne di rilevazione nei Paesi di accoglienza,  organi di rappresentanza, associazionismo italiano, missioni cattoliche e rete consolare, registrano in misura crescente fenomeni di precarietà e spesso di difficoltà per i nuovi arrivati, fenomeni che in molti casi fanno vacillare le certezze alla base di una scelta e di un progetto di emigrazione non sempre adeguatamente valutati”.

Narducci ha anche evidenziato come ad emigrare, verso mete molto simili a quelle delle passate diaspore, siano sia giovani che i meno giovani che provengono anche da regioni trainanti per la nostra economia come la Lombardia e il Veneto.  Uomini e donne che sono di gran lunga più istruiti rispetto ai loro predecessori e che, nei casi di migrazioni programmate , vanno ad occupare  posti di rilievo nel mondo delle banche,  delle assicurazioni e della ricerca. Diverso invece il destino di chi parte senza un progetto migratorio che spesso finisce per svolgere attività precarie e poco qualificate, con retribuzioni sotto il minimo esistenziale, in attesa d’imparare la lingua o per mantenersi per seguire corsi post-universitari. “Insomma, . spiega Narducci – la valigia di cartone sarà pure stata sostituita dal trolley e i treni e le navi della disperazione dai voli low cost, ma pur con le differenze illustrate, le situazioni dei nuovi emigrati non sono poi così radicalmente diverse da quelle del passato”.

“In Svizzera – ha ricordato poi Narducci dopo aver rilevato la difficile questione etica e morale in cui versa il nostro Paese che spinge i nostri giovani a lasciare l’Italia –  l’approvazione della cosiddetta ‘Iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa’, approvata dal popolo il 9 febbraio 2014, ha determinato una diminuzione del flusso migratorio, che tuttavia continua ad essere sostenuto in particolare per quanto concerne le persone qualificate e verso le grandi agglomerazioni urbane, che oggi costituiscono le più importanti aree economiche del Paese e offrono buone possibilità occupazionali a chi emigra nella Confederazione Elvetica. Sono soprattutto i nuovi arrivati, in possesso di studi medio-alti, che si dirigono verso le grandi aree urbane, come per altro accade in tutta l’Europa. In pari tempo è aumentato il flusso dei lavoratori frontalieri italiani verso il Ticino, il Valese e il Canton Grigioni. La comunità italiana in Svizzera, senza considerare i doppi cittadini, è tornata ad essere la più consistente, dopo molti anni, tra quelle immigrate”.

Da Narducci viene anche segnalato come in Svizzera “ accanto ai numerosi casi di successo e mobilità sociale che ricalcano quelli delle vecchie e delle seconde generazioni, coesista una neo-immigrazione operaia soprattutto dal Sud Italia, con sbocchi lavorativi nell’edilizia, nella ristorazione e nell’ambito delle pulizie”. Secondo Narducci va inoltre annoverata “la presenza di catene migratorie a carattere familiare oppure di giovani senza legami con la Svizzera e disposti a fare qualsiasi lavoro. In quest’ultimo caso, processi di dequalificazione sembrano riproporsi in Svizzera come altrove nell’Europa post-allargamento a Est e della crisi economica”.

Narducci, dopo aver ricordato come i costi della progressiva riduzione delle reti di sicurezza sociale gravino in primo luogo sui migranti che sono i più esposti agli effetti della crisi, ha segnalato la necessità di collegare il mondo della scuola e della formazione con quello del lavoro, al pari di quanto avviene in Germania o in Svizzera con il sistema duale statale. Per quanto poi riguarda l’Europa Narducci ha sottolineato l’esigenza di compiere un passo avanti, riscrivendo  non solo le regole della finanza, ma anche rifondando il patto sociale indebolito dalla dilatazione delle disuguaglianze.

“L’Italia – ha continuato Narducci – ha urgente bisogno di frenare la ripresa dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che impoverisce il Paese e minaccia le prospettive di sviluppo futuro. La mobilità professionale è una risorsa dell’Europa non è una palla al piede, ma occorre equilibrio; la circolarità non può essere asimmetrica, deve coinvolgere tutti gli Stati membri. Formare un Ingegnere aerospaziale o un biologo costa molto in termini di spesa pubblica e privata e moltissimo se fugge via e va a contribuire alla creazione di ricchezza e leadership scientifica in altri Paesi. Occorre dare finalmente spazio al merito e lo dobbiamo fare prima che la nuova rivoluzione industriale 4.0 ci sfugga di mano”.Vorrei anche sottolineare – ha proseguito Narducci – che i nuovi emigrati non hanno dimestichezza o conoscenza della legislazione del lavoro del Paese di accoglienza, spesso non ne parlano la lingua e non conoscono il sistema autoctono di rappresentanza sindacale, per cui la rete associazionistica di sostegno italiana, compresi i Patronati, è di fondamentale importanza. I Patronati tuttavia devono cambiare passo, occorre un loro sostanziale ammodernamento perché dovrebbero essere in grado di offrire orientamento al lavoro, assistenza fiscale, supporto nel campo della normativa sul lavoro e quindi uscire progressivamente dal sistema di assistenza consolidata. E occorre un grande sforzo culturale per avvicinare l’associazionismo storico operante all’estero poiché è in gioco l’eredità di una storia che ha avuto un ruolo importantissimo sotto il profilo culturale, sociale, politico e sindacale.. Il vasto tessuto associativo che conforma ancora le nostre comunità – ha concluso Narducci – può e deve costituire un punto di riferimento, di orientamento e di tutela per una nuova emigrazione che in buona parte manifesta tali fabbisogni in contesti economico-sociali che sono molto meno aggreganti di quanto accadde nei precedenti cicli emigratori”.

A seguire ha preso la parola Enrico Pugliese, del Comitato Scientifico FAIM, che si è soffermato sul tema “Aspetti e problemi della nuova emigrazione: dimensione, destinazioni, inserimento nel mercato del lavoro, implicazioni per l’associazionismo”.  Pugliese, dopo aver rilevato che la nuova emigrazione italiana è un fenomeno sottovalutato dalla politica e poco studiato dagli accademici, ha posto in evidenza come questa recente diaspora rappresenti il terzo ciclo dell’emigrazione italiana, dopo quella storica e la cosidetta “fuga dei cervelli”. “Questo ciclo migratorio – ha spiegato Pugliese – è nuovo prima di tutto perche si ripropone un flusso migratorio di dimensione paragonabile e quello delle grandi migrazioni del passato e di questo non c’è conoscenza nel Paese. Il primo paradosso è che arriva all’estero molta più gente di quanta ne parta dall’Italia. Aumenta infatti nel corso del tempo la distanza fra il numero degli italiani che risultano partiti secondo le statistiche italiane e il numero di coloro che arrivano. Questo si spiega con il fatto che contiamo le cancellazioni anagrafiche di chi se ne va,  ma è noto che non tutti i migranti si cancellano anagraficamente.. Dal 208 al 2016, ovvero dall’inizio della crisi, – ha continuato Puglise – l’Italia ha perso 351.000 cittadini, secondo i dati delle cancellazioni anagrafiche, ma nei Paesi di accoglienza sono forse arrivate poco meno di un milione di persone”. Per Pugliese questa sottovalutazione quantitativa del fenomeno comporta anche una sottovalutazione della qualità del nuovo flusso migratorio in termini di capitale sociale dove si rileva, dopo la mitologia della valigia di cartone e della fuga dei cervelli, una forte componente proletaria che vive l’esperienza migratoria in situazione di precarietà. “Noi oggi ci troviamo di fronte – ha precisato il docente – ad un terzo ciclo di emigrazione che si caratterizza per nebulosità e complessità, con un mercato del lavoro molto complesso, con situazioni di prevalente precarietà che sono dovute alla nuova legislazione europea sul lavoro che in ogni Paese ha avuto dei seri passi indietro .. Il Primo motivo per cui si può parlare di nuova emigrazione italiana – ha aggiunto  Pugliese – è l’entità del fenomeno, il secondo è la destrutturazione del mercato del lavoro nei principali Paesi di emigrazione, il terzo aspetto è il nesso europeo che viene stimolato dalla crisi e dalla sua stagnazione in Italia. Questa migrazione potrà rallentare ma non si fermerà”.

Pugliese si è poi soffermato sia sulla necessità di attrarre i giovani verso la realtà dell’associazionismo italiano all’estero, sia l’importante ruolo di supporto svolto dai patronati soprattutto nei Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, dove le nostre comunità sono in difficoltà. “C’è la necessità di rinnovare  – ha concluso Pugliese – l’associazionismo della mobilità sia nei confronti delle istituzioni italiane, sia nei confronti delle situazioni di arrivo al fine di garantire i diritti degli emigrati soprattutto in Paesi come l’Inghilterra dove questi si stanno perdendo. Questo cambiamento può rappresentare un elemento di spinta e rivitalizzazione delle associazioni”.

Dal canto suo Luigi Scaglione, Coordinamento delle Consulte Regionali dell’Emigrazione, ha ricordato lo sforzo compiuto dalle Regioni, in questo periodo di ristrettezze economiche, sia per tenere in piedi la rete dell’associazionismo all’estero, che rappresenta l’essenza stessa del sistema di relazioni con i territori, sia per fare il mondo che le nostre associazioni nel mondo possano entrare in una nuova fase per affrontare le sfide poste dalla nuova emigrazione. Scaglione ha anche evidenziato l’esigenza di affrontare importanti tematiche che denotano disattenzione,  come ad esempio la non corretta applicazione da parte dei comuni delle agevolazioni Imu per i pensionati all’estero o i conti dormienti degli iscritti all’Aire, nell’ambito del tavolo che con il Cgie verrà avviato nelle prossime settimane insieme alla Conferenza delle regioni. Scaglione ha poi parlato dell’importanza di ipotizzare nuove forme per mantenere in vita la rete dell’associazionismo che dà il  senso di appartenenza a questo Paese  e alle nostre entità regionali e territoriali. “Noi vorremmo – ha concluso Scaglione che in un sistema unitario l’intero Paese, con la nostra piena collaborazione, possa cominciare a ragionare diversamente e guardare al fenomeno della emigrazione anche attraverso gli occhi attenti dei nuovi emigrati”.

A seguire il consigliere del Cgie Luigi Papais (Ucemi) ha letto il messaggio del Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone.  “E’ degno di grande considerazione – scrive Schiavone – sia l’impegno del Faim per richiamare l’opinione pubblica sul persistente fenomeno migratorio, sia lo sforzo che profonde nella ricerca per conoscerne le cause e il contributo pratico per trovare delle soluzioni adeguate a contenere o frenare gli esodi, gli spostamenti forzati che sono ripresi in tutte le aree del mondo con l’inizio del nuovo millennio. L’emigrazione storica e tradizionale viene ricordata e percepita in contesti legati prettamente ad epoche i cui trasferimenti di massa erano causati da situazioni di degrado e povertà che rispondevano alla richiesta di forza lavoro manuale da impegnare nei processi produttivi fordisti delle piccole e grandi imprese in un periodo in cui la competizione economica marciava di pari passo con quella italiana perché il mondo era diviso in blocchi. Da una parte si era in presenza di Paesi con economie evolute e con democrazie avanzate, dall’altra realtà bloccate sull’uscio del progresso in attesa di liberarsi dalla dipendenza della povertà e ansiose di partecipare alla ridistribuzione della ricchezza. Nel mezzo i lunghi viaggi della speranza che il più delle volte finivano in tragedie e andavano a infrangersi contro lo sfruttamento , la negazione dei diritti fondamentali e i muri del razzismo, tanto spingere i più ravveduti ad organizzarsi in associazioni, in organizzazione di mutuo soccorso e sindacali, traendo così la forza necessaria per stigmatizzare le pratiche non sempre celate di esclusione sociale, spingendole a rivendicare forme di integrazione e di rispetto a tutela dei diritti di cittadinanza. In queste tristi pagine di storia, – continua Schiavone – molti capitoli sono stati scritti dai nostri connazionali. Con l’inizio del secolo il fenomeno migratorio è tornato sotto la luce dei riflettori assumendo nuove forme favorito dalla mobilità diffusa dall’interdipendenza e dalla globalizzazione dei capitali delle merci e dei servizi che hanno spinto la trasformazione dei modi di vivere, all’abbattimento delle frontiere geografiche e dei mercati all’interno e oltre alcuni continenti. Alla spinta migratoria proveniente dal sud de mondo verso i paesi più ricchi con la recente crisi economica del 2008 che ha colpito l’occidente si è aggiunta quella degli espatriati in fuga da aree con alti tassi di disoccupazione e mancanza di prospettive. Per quanto riguarda l’Italia, a differenza delle passate ondate migratorie l’emigrazione dal sud risulta più contenuta rispetto a quella delle regioni settentrionali. La ripresa dell’emigrazione – prosegue Schiavone – porta con se problemi demografici, plurali, sociali ed economici sia per le comunità di partenza, sia per quelle di approdo se a priori non si creano le condizioni di accompagnamento e di integrazione. Oggi, a differenza del passato, ad emigrare per necessità sono i cittadini con diversi potenziali di professionalità e di conoscenza, spesso con un alto bagaglio culturale che fanno la fortuna dei paesi di approdo e lasciano un vuoto incolmabile nei territori in cui si sono formati. Sono lontani i tempi in cui si suggeriva agli italiani di imparare le lingue ed emigrare. Il nostro paese è chiamato a promuovere politiche per una maggiore occupazione, tale da soddisfare non necessariamente i bisogni ma le aspettative di vita dei propri cittadini, affinché chi emigra lo faccia per scelta, per conoscere ed acquisire conoscenza ed esperienze e non per bisogno. In questo caso l’emigrazione avrebbe tutti i crismi per essere concepita come una opportunità da cogliere e sulla quale investire facendo leva sulla formazione e la preparazione di partenza. La nuova emigrazione italiana ha attitudini comportamentali e sociologiche diverse rispetto a quella tradizionale. Se in passato partivano intere comunità locali che nei nuovi paesi di accoglienza continuavano a curare e coltivare usanze e tradizioni, oggi invece c’è una tendenza alla atomizzazione e all’individualismo che difficilmente potrà riprodursi in senso di comunità”. “Il tema dell’emigrazione – conclude Schiavone – è divenuto contestualmente materia di forte contesa politica in Italia e altrove e spunto di revisionismo culturale e strumentalmente destabilizzante nelle forme più infelici dello stare insieme. Esso viene usato strumentalmente come arma che incute paura e quando viene specificato e ridotto a pura reazione egoistica diventa una bomba ad orologeria. E’ importante promuovere una nuova narrazione, perseverare sulla ricerca di nuovi modi, metodi e percorsi per affrontare nuovi diritti per i cittadini in mobilità, partendo dall’affermazione del diritto di cittadinanza europea, evitando scorciatoie a costo di scegliere percorsi più ardui e impegnativi perché abbiamo bisogno di investire le nostre migliori energie come quelle messe in campo in questo convegno, perché la sfida che dobbiamo assumere e di vincere la differenza e la paura del diverso e affermare i diritti dei cittadini a potersi muovere liberamente e a sentirsi a casa loro, ovunque scelgano di vivere. Proprio perché gli italiani vivono nei posti più remoti del pianeta siamo consapevoli che i diritti che reclamiamo per noi devono assumere una valenza universale perché il sole non tramonta mai dove vivono gli italiani”.

Ha poi preso la parola il responsabile Internazionale delle Acli  Matteo Bracciali che, nel portare il  saluto di Roberto Volpini, ha evidenziato come l’emigrazione di ieri e di oggi sia caratterizzata dall’aspetto individuale e dalla necessità di aiuto rispetto alle problematiche poste dalla vita quotidiana legate ad esempio alla fiscalità e alla gestione previdenziale. “ Questa dimensione individuale – rileva Bracciali  – ci pone la questione di quale rappresentanza dare all’immigrazione di oggi e di come costruire quella migrazione solidale che abbiamo perso dopo la migrazione storica del 900”. Una nuova dimensione associativa che per Bracciali non può come in passato partire dal lavoro, perché chi emigra lo fa in maniera individuale, ma deve svilupparsi attraverso forme organizzative e modelli di partecipazione totalmente diversi che si avvalgono del supporto dei social network presenti in rete. Per quanto riguarda il ruolo dei patronati Bracciali ha evidenziato come la sfida sia rappresentata dalla fornitura di nuovi servizi per chi arriva nei Paesi di approdo. Un lavoro che va portato avanti anche attraverso un rapporto più diretto con i consolati e l’apertura di alcuni canali con gli istituti esteri della fiscalità. In pratica un ruolo di sussidiarietà completamente nuovo e da costruire.

Del rilevante aumento dei flussi migratori italiani verso la Germania ha invece parlato Giuseppe Tabbì, del Consiglio Direttivo FAIM (Stoccarda). Da Tabbì è stato segnalato come nelle varie città tedesche non giungano dall’Italia solo giovani e acculturati talenti, ma anche intere famiglie che, essendo prime di un piano migratorio, vengono a trovarsi in situazioni di disagio sociale con problemi abitativi, linguistici e di inserimento dei figli nelle scuole. Uomini e donne che finiscono per lavorare in contesti di scarsa protezione sociale o in nero . “In questa situazione – ha concluso Tabbì –  le associazioni devono mettersi a disposizione e aiutare per quello che, anche se più qualificato, è un ritorno al passato”.

Dal canto suo Maurizio Spallacini, del Comitato di Coordinamento FAIM (Neuchatel), ha rilevato come le cause della nuova ondata migratoria dall’Italia vadano ricercate nella mancanza e nella precarizzazione del lavoro in Italia.  Una precarizzazione dei contratti di lavoro che esportiamo anche nei Paesi di emigrazione. Una situazione difficile quella italiana, dovuta a un modello di sviluppo da rivedere basato sulla produzione a basso costo, che per Spallacini porta all’emigrazione. Da Spallacini viene anche segnalata, oltre alla mancanza di un progetto di sostegno e di preparazione per i nostri migranti che partono, la necessità sia di rafforzare la rete consolare  attraverso soluzioni alternative e strutture flessibili e di prossimità, sia di creare un sistema di supporto da parte delle associazioni per i nuovi migranti. Evidenziata infine l’esigenza di rimettere in discussione, anche alla luce della scarsa partecipazione alle ultime consultazioni, il tema della rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie).

Ha poi preso la parola il Direttore Generale per l’Immigrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Tatiana Esposito che ha ricordato come nei  ultimi mesi si sia sviluppato fra il ministero del Lavoro e il Comitato di Presidenza del Cgie un interessante dialogo. Una lavoro congiunto che proseguirà anche nelle prossime settimane.

“Gli ambiti in cui verrà proposto al Cgie un lavoro comune – ha spiegato il Direttore Generale –  hanno a che fare con il tema dei servizi dedicati nelle politiche attive di lavoro alle persone intenzionate a fare un’esperienza all’estero e magari anche con l’aspirazione di tornare. Quindi parliamo anche di sostegno ad operazioni di rientro accompagnato,  magari attraverso forme di tirocinio con una maggiore collaborazione con il mondo imprenditoriale italiano e di origine italiana operante all’estero o con filiali all’estero. Altro tema – ha proseguito la Esposito – è quello del sostegno ai nostri istituti di formazione professionale affinché possano proporre anche delle esperienze di formazione professionale da svolgere all’estero. Un altro terreno ipotizzato che porteremo all’attenzione del Cgie per un lavoro congiunto è quello delle  competenze acquisite all’estero,  non soltanto dentro l’Ue dove bene o male esiste una cornice. Competenze, riguardanti non solo il riconoscimento di qualifiche formali,  ma anche quelle non formali o informali che si acquisiscono grazie ad un’esperienza all’estero, soprattutto in ambito extra Ue. Competenze che si può far fatica a veder riconosciute in prospettiva di un rientro nel proprio Paese. Su questo immaginiamo sia possibile avviare un confronto o un tavolo comune con Consiglio e con altri soggetti per identificare delle linee guida per queste operazioni. Su questo terreno seguirà questa iniziativa con il  Cgie il presidente della nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro che ha nel suo mandato questo tipo di interventi”.

Il direttore generale ha poi sottolineato la necessità sia di capire se ci sono le condizioni per avviare anche un’altra linea di riflessione insieme al mondo dell’associazionismo e al Consiglio Generale sul funzionamento dei patronati, sia di agire sulle cause dell’emigrazione. Un fenomeno che però appare molto complesso nelle sue dinamiche.

A seguire è  intervenuto il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali che ha in primo luogo sottolineato come la nuova migrazione dall’Italia sia uno di quei temi che disegna il futuro del nostro Paese, un Paese che rischia di non recuperare questo investimento importante che ha fatto in formazione, cure sanitarie e studi per i giovani che vanno all’estero.

“Non si tratta solo di fuga di cervelli in fuga, – ha aggiunto Vignali – ma ci sono intere famiglie ed anziani che si recano all’estero. Il 50% di chi parte a più di 40 anni. Quindi non stiamo parlando solo di giovani”. Il direttore generale ha poi rilevato le tante sfaccettature presenti nella ‘nebulosa’ degli italiani all’estero che vanno dal dramma dell’impreparazione di chi parte per l’avventura migratoria, alla difficile situazione di tanti italiani irregolari che negli Stati Uniti rischiano di essere rimpatriati. Vignali ha anche segnalato come negli ultimi cinque anni sia aumentato di un milione il numero dei connazionali all’estero iscritti all’Aire. Una nuova presenza migratoria che ha dato origine a fenomeni che si pensavano dimenticati, come ad esempio le rimesse dall’estero, in queste vanno inclusi anche i flussi provenienti dai lavoratori transfrontalieri, che oggi sono pari a mezzo punto del Pil italiano.

“Se questa è la ‘nebulosa’ degli italiani all’estero – ha proseguito Vignali – il mio compito è provare a definire soluzioni,  strategie e obiettivi. Il primo obiettivo che vedo è che questi flussi di mobilità e nuova emigrazione vanno accompagnati nella conoscenza della lingua, della normativa locale e nella possibilità di utilizzare i sistemi in loco di assistenza , prevenzione e tutela previdenziale. A tale scopo abbiamo rilanciato il tavolo con i patronati in modo da poter dare una ulteriore rete di assistenza e prevenzione ai nostri italiani all’estero. Per accompagnare tutto ciò ci vogliono però strutture consolari adeguate che quindi vanno rafforzate negli organici .. Insieme al discorso dell’accompagnamento , – ha continuato Vignali – c’è quello della prevenzione delle situazioni di irregolarità e di sfruttamento. Anche qui bisogna basarsi sulle reti consolari, dei patronati e dell’associazionismo. E’un tema fondamentale, non possiamo tollerare che nel 2018 vi siano ancora italiani sfruttati all’estero… Ma – ha aggiunto – c’è un lavoro da fare anche in Italia e sicuramente il primo obiettivo è quello di preparare in qualche modo i percorsi di mobilità attraverso formazione e informazione”. A tal proposito il direttore generale ha sottolineato la necessità di lanciare uno specifico tavolo di lavoro che possa mettere insieme tutti gli attori della società civile. delle istituzioni, del mondo sindacale e delle imprese per far si che la questione venga conosciuta e si possano offrire delle chiavi interpretative per chi decide di partire per l’estero, in termine di corretta informazione e di preparazione anche linguistica. “Non possiamo tollerare questa partenza allo sbaraglio dei nostri giovani”- ha affermato Vignali che ha continuato: “Un altro tema importante è quello della mobilità circolare, noi dobbiamo recuperare l’investimento , non vi può essere una mobilità unidirezionale solamente verso l’estero, dobbiamo poter far si che i nostri concittadini tornino in Italia arricchiti di un bagaglio di competenza, di una identità professionale e umana nuova. … Dobbiamo prepararci e prepararli, –  ha spiegato il direttore generale – cercando di attivare percorsi di migrazione circolare e poi valorizzare il patrimonio dell’italianità nel mondo che le nostre collettività portano all’estero”. Vignali, dopo aver ricordato il lancio della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ha infine evidenziato come proprio le nuove correnti di mobilità,  con la loro freschezza,  possano favorire una proiezione migliore e dinamica dell’immagine del nostro paese nel mondo

La professoressa  Grazia Moffa, del Centro Documentazione Nuove Migrazioni dell’Università di Salerno, ha invece parlato del problema della precarizzazione presente nell’attuale flusso migratorio che riguarda i giovani altamente qualificati, che spesso ricoprono all’estero anche ruoli importanti ma di breve durata , e la componente meno qualifica e proletaria della nuova diaspora. Una mobilità non libera, causata da squilibri interni al nostro Paese e in un contesto di bassa natalità.  “Siano di fronte ad un circolo vizioso – ha spiegato Moffa – che indebolisce l’Italia e in particolare le aree interne che hanno vissuto l’emorragia dei migranti in passato , ma un tempo vi erano progetti migratori a tempo determinato che rappresentavano  un’opportunità per gli altri e per l’Italia, oggi questo non sembra…. Siamo chiamati a portare avanti – ha aggiunto la docente – una politica seria sulla migrazione che tenga conto del fatto che non ci possono essere soluzioni simili per tutti i territori o per tutti i tipi di migrazione… Emerge la necessità – conclude Moffa – di un proposta unitaria di approccio alle dinamiche delle questioni migratorie,  anche di natura legislativa, sia a livello regionale che nazionale,  e di una gestione di accompagnamento dell’emigrazione dove il ruolo dell’associazionismo diventa fondamentale”.

La questione delle famiglie che lasciano l’Italia in cerca di una nuova vita all’estero è stata affrontata anche da Delfina Licata della Fondazione Migrantes. “Nell’ultimo anno – ha spiegato la ricercatrice – oltre 124.000 italiani si sono iscritti all’Aire, di questi 20.000 avevano meno di 18 anni e 10.000 meno di dieci anni. Questo vuol dire che ci sono nuclei familiari in movimento con tutte le problematiche che ne conseguono,  come ad esempio la scolarizzazione dei ragazzi in questi luoghi. Per ovviare a queste difficoltà una parte di degli anziani in mobilità sono divenuti accompagnatori di questo nuclei familiari effettuando la funzione di baby-sitter nel primo periodo del percorso migratorio dei nipoti”. Delfina Licata ha rilevato come le necessità delle attuali mobilità possano racchiudersi in vari elementi: la circolarità del percorso migratorio, ovvero la possibilità del migrante di poter tornare in patria, la conoscenza della lingua che deve far parte della scelta migratoria, l’individuazione del luogo dove emigrare e l’accompagnamento nel percorso migratorio. La ricercatrice, dopo aver rilevato l’esigenza di non dimenticare le criticità del lavoro nero e dei percorsi migratori falliti con relative detenzioni ed espulsioni di connazionali, ha parlato della necessità di ampliare,  per quanto riguarda l’associazionismo, anche il concetto di residenza “che non è fatto solo di presenza su di un territorio, ma di un diverso modo di essere presenti attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie”, come skype e social media.

Nelle conclusioni, il portavoce del Faim, Rino Giuliani, ha sottolineato la disponibilità del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo a proseguire nel lavoro di monitoraggio della nuova emigrazione e a mettere a disposizione la sua ampia rete associativa per l’attuazione di un piano di interventi adeguato. Giuliani, alla luce della nuova mobilità e dell’evoluzione compiuta dalle nostre comunità negli ultimi anni, ha ricordato al Governo la proposta, già approvata in occasione degli Stati Generali dell’Associazionismo del 2015 e lo scorso anno alla fondazione del Faim, di indire una Conferenza Nazionale degli italiani all’estero e della nuova emigrazione. (G.M.- Inform)

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