direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

A Palazzo Giustiniani il convegno “Carlo Levi, senatore, scrittore e pittore, a 40 anni dalla morte. Uno sguardo partecipato sull’emigrazione italiana”

SENATO DELLA REPUBBLICA

Un’iniziativa promossa dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero in collaborazione con la Filef e la Fclis. Tra  gli intervenuti il senatore Mario Tronti, il vice presidente Filef Francesco Calvanese, il vice presidente Fclis Maurizio Spallaccini e lo studioso di emigrazione Enrico Pugliese

Il saluto del presidente del Senato Pietro Grasso: “Lo Stato non può fermarsi ad Eboli o a Roma, ma creare le condizioni per lo sviluppo e per mettere i cittadini realmente in condizioni di parità, almeno in partenza”

Il presidente del Comitato, Claudio Micheloni, rileva come nessuno abbia saputo parlare di emigrazione così come fece Levi: “noi eletti all’estero non siamo riusciti a far conoscere all’Italia questa nostra realtà e trasmettere al Paese quel capitale di esperienze che abbiamo vissuto e di cui il mondo che rappresentiamo è espressione”

 

ROMA – Il Comitato per le questioni degli italiani all’estero ha dedicato ieri un convegno al ricordo di Carlo Levi, senatore, scrittore e pittore, a 40 anni dalla sua morte, un’iniziativa realizzata per evidenziare in particolare il suo “sguardo partecipato sull’emigrazione italiana”, una profondità di analisi maturata nel corso della sua esperienza di confino ad Aliano (Matera) – per attività antifascista, nel 1935 – e trasmessa al grande pubblico attraverso le pagine del suo romanzo più noto, Cristo si è fermato ad Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945.

Il convegno, svoltosi a Palazzo Giustiniani, è stato aperto dai saluti del presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha ricordato Levi quale “figura di intellettuale complessa e dai molti talenti” e segnalato come il suo romanzo più conosciuto riscosse immediato successo “suscitando ampi dibatti” su questioni salienti nell’Italia nel dopoguerra e tutt’ora attuali (la tensione, allora evidente, tra società contadina e modernizzazione, l’emigrazione, ma anche la percezione dello Stato da parte dei cittadini e la sua capacità di mettersi realmente al servizio dello sviluppo economico e sociale del Paese). “Lo Stato non può fermarsi ad Eboli o a Roma, e ancora oggi ripensando alle parole di Levi – aggiunge Grasso – mi chiedo quando le istituzioni saranno capaci di creare le condizioni per uno sviluppo superiore a percentuali dello 0,1%, per mettere i cittadini realmente in condizioni di parità, almeno in partenza”. Richiamata poi l’attualità della “questione meridionale”, “mai seriamente affrontata – rileva il presidente del Senato, che ricorda poi l’attività politica di Levi, eletto come indipendente per il Partito comunista nella 4a e 5a legislatura (1963-72), e i suoi interventi su molteplici ed importanti temi politici, culturali e sociali. Così come la sua fama di scrittore finì per oscurare i suoi meriti in altri ambiti (in particolare nella pittura), spesso non assurge al giusto rilievo l’impegno e la profondità di analisi applicata all’emigrazione italiana, impegno che si concretizzò anche con la fondazione della Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie (Filef) e cui viene dedicato in particolare questo convegno, di cui Grasso rileva appunto “il taglio originale”.

Il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, Claudio Micheloni, segnala come sia “impressionante leggere oggi i discorsi di Levi in Senato”, per la loro attualità e qualità. Richiamando alcune frasi pronunciate da quest’ultimo nel corso della sua attività parlamentare, in cui si analizzano le cause, le dinamiche e le conseguenze delle migrazioni e si definiscono i migranti la “popolazione del domani”, la constatazione del presidente del Comitato riguarda il fatto che “nessuno abbia saputo parlare come lui di emigrazione”: “noi eletti all’estero – dice Micheloni – non siamo riusciti a far conoscere all’Italia questa nostra realtà, non abbiamo saputo elevarci a quei discorsi, trasmettere al Paese quel capitale di esperienze che abbiamo vissuto e di cui il mondo che rappresentiamo è espressione”. Alla luce dei drammatici attentati terroristici del presente, Micheloni invita poi a riflettere “sui fallimenti delle politiche portate avanti sull’integrazione”: “è fallito il modello francese, quello tedesco, l’inglese e il belga – afferma il senatore democratico, ricordando come i terroristi dei principali attentati cui abbiamo assistito negli ultimi anni fossero cittadini nati in Europa, seconde generazioni di immigrati il cui percorso di integrazione non è evidentemente riuscito, e “su questo, oltre che su proposte di intervento e sicurezza, dobbiamo riflettere”. “Le ferite dell’emigrazione che le prime generazioni spesso rinnegano in realtà vengono trasmesse all’interno della famiglie dei migranti e se noi italiani all’estero abbiamo avuto molto spesso una rivincita economica e sociale nei Paesi in cui siamo emigrati, tante altre popolazioni non l’hanno avuta, né vedono la possibilità di averla: qui va ricercata la radice della complessa situazione attuale – afferma Micheloni, che torna poi sul protagonismo degli emigranti, ben riconosciuto e sostenuto da Levi e dalla Filef, anche nel tracciare percorsi di possibile integrazione nelle società di arrivo. Percorsi che devono essere sostenuti, afferma Micheloni, in primis da coloro che hanno vissuto già le medesime dinamiche e difficoltà, producendo un lavoro di mediazione e identificazione di valori comuni con le società di accoglienza cominciando all’interno delle stesse comunità dei migranti.

Anche il senatore Mario Tronti, filosofo della politica, parla di Levi come di una “personalità esemplare per la complessità e la completezza dell’uomo” e lo definisce “un puro prodotto del Novecento estremamente attuale ancora oggi”. “Basti pensare – aggiunge – a quante Eboli ci sono ancora, da Dacca a Kabul e sul fondo del Mediterraneo, dove giacciono migliaia di corpi, ma anche nelle banlieue e in tutte le periferie metropolitane”. Ripercorrendo la biografia di Levi, nato a Torino e formatosi con intellettuali come Gobetti, Gramsci, Pavese, Einaudi, segnala come il confino lo avesse “scagliato in un mondo per lui sconosciuto e misterioso”, costituendone un’esperienza saliente di “presa di coscienza” di ciò che era “la storia in atto”, “contrappasso dei grandi mali della storia”, fatta anche di “stati d’eccezione che producono grandi personalità”. “Levi diventa così un torinese del Sud e preferì sempre considerare il periodo di Aliano come un esilio, più che un confino, proprio per evidenziare come lui, esiliato, comprendesse gli esiliati; ed esiliati sono anche gli emigrati, cui egli diede – ricorda Tronti – rappresentazione figurativa e politica”. Richiamata la sua capacità di affrontare i problemi, emersa nel corso della sua esperienza in Parlamento in qualità di indipendente di sinistra, “un figura allora anche derisa, quella – ricorda Tronti – degli utili idioti, che però il partito coltivava con molta cura perché portavano prestigio e competenza nelle istituzioni, piuttosto che voti, innalzandone il volto”. Tronti legge poi alcuni passi dei discorsi di Levi al Senato, in cui emerge una lucida analisi dell’emigrazione e delle condizioni sociali che la producono e dell’incapacità – o mancanza di volontà – dello Stato di farvi fronte, insieme alla sua profonda capacità di analisi della politica italiana (un discorso mai così attuale quello legato alla definizione del centro-sinistra, allora pronunciato in riferimento all’esecutivo guidato da Aldo Moro nei primi anni Sessanta).

Enrico Pugliese, professore emerito di sociologia all’Università Sapienza di Roma, ricorda come, a dispetto di quanto avviene nella gran parte degli studi di coloro che si sono occupati dell’intellettuale, “il mio Carlo Levi sia proprio quello legato all’emigrazione”, un tema “sempre presente nelle sue opere, anche in quelle in cui non viene esplicitamente tematizzata”. Richiama alcune delle pagine del Cristo di è fermato ad Eboli in cui si evidenzia l’immobilità del mondo contadino, un’immobilità che solo l’emigrazione fu in grado di scalfire (quando non con lo spopolamento dei territori, con il rientro dei paesani cui era poi impedito il ritorno negli Stati Uniti – allora meta prediletta dell’emigrazione italiana – per l’inasprimento delle condizioni di ingresso, paesani che portavano con sé “preziosi” oggetti del mestiere – l’acciaio per gli strumenti agricoli, le forbici di ottima fattura, oppure il metro con l’unità di misura in pollici). “Tanto più i paesi del nostro Mezzogiorno erano poveri, tanto più erano pieni di America – ricorda Pugliese, ribadendo la “funzione emancipatrice svolta dall’emigrazione”, “principale protagonista del Meridione d’Italia” in più fasi – dopo la grande ondata migratoria di fine Ottocento e inizio Novecento, ancora negli anni Cinquanta, dopo la guerra, prima oltreoceano e poi in Paesi europei come la Svizzera o la Germania, fino agli anni Settanta. Pugliese ricorda infatti come, al momento della prima Conferenza nazionale sull’emigrazione italiana, nel 1975, il fenomeno aveva già invertito la sua tendenza e l’Italia si avviasse a divenire sempre più terra di approdo per gli immigrati.

Ripercorre nascita e attività della Filef il vice presidente Francesco Calvanese, che ricorda come la Federazione nacque proprio “nel periodo di maturità dell’emigrazione italiana” e contribuì, anche con l’aiuto di studiosi come Levi – e Pugliese aveva prima sottolineato anche la collaborazione di Paolo Cinanni, autore di un famoso studio intitolato “Emigrazione e Unità operaia”, – a “rovesciare una visione del fenomeno imposta dalla cultura proprietaria”, attraverso uno “sguardo dall’interno” – lo sguardo partecipato di cui parla il titolo del convegno – in cui i protagonisti fossero gli emigrati stessi. “Sono anni – ricorda Calvanese – in cui l’emigrazione non viene più vista come un male da estirpare” e presso le collettività italiane si promuove “un nuovo modello di associazionismo” che corrisponde ai mutamenti avvenuti: un associazionismo, dunque, che non si fonda più in via principale sul proseguimento delle “catene migratorie” che agevolavano l’indirizzamento dei flussi in uscita, ma che è volto ad attività che favoriscano l’integrazione nei Paesi di accoglienza. L’emigrazione cambia volto e cambia anche il nostro modo di guardare ad essa, come ad una “possibilità per esprimere una cultura nuova”. “Il romanzo di Levi ci ricorda come l’emigrazione abbia trasformato completamente la nostra società. Anche l’Italia ha mutato volto: è divenuta progressivamente terra di immigrazione ed ha cercato di attrezzarsi in vista dell’integrazione – afferma Calvanese, che ricorda come tali trasformazioni pongano ancora una volta una sfida al modello associativo, chiamato a rinnovarsi, così come è emerso negli Stati generali dell’associazionismo italiano all’estero svoltisi pochi mesi fa a Roma.

Infine, Maurizio Spallaccini, vice presidente della Federazione delle Colonie Libere italiane in Svizzera (Fclis), ricorda la collaborazione instaurata con la Filef e altre importanti realtà associative, come le Acli, in particolare per sollecitare l’elaborazione di una legislazione internazionale coerente sul fronte emigrazione, per il raggiungimento della parità di trattamento per tutti i lavoratori, e per il sostegno all’integrazione. Un impegno riconosciuto dallo stesso Levi di cui viene ricordata la partecipazione al Congresso Fclis del 1969 a Olten, con un contributo poi pubblicato con l’eloquente titolo “Rompere la congiura del silenzio”. Un titolo che riassume l’atteggiamento di tanta parte della vita politica italiana nei confronti dell’emigrazione e che, celebrando Carlo Levi, si può tentare oggi di non replicare.

A chiusura del convegno, la lettura di stralci dei discorsi parlamentari di Carlo Levi a cura dell’attore Alfonso Liguori, mentre Micheloni richiama ancora l’importanza dei passi di Levi dedicati alla rappresentanza dell’emigrazione italiana, un tema su cui ritiene necessario avviare un dibattito anche e soprattutto in sede istituzionale. (Viviana Pansa – Inform)

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Powered by WordPress | Designed by Elegant Themes